
Di nuovo in Africa. Ouagadougou, Burkina Faso "Terra degli uomini liberi". Con lo zaino sulle spalle, lasciando l'Europa fredda e piovosa per giungere in questo continente caldo e soffocante, il brusco passaggio era attenuato dal lungo spazio fra i ricordi e la realtà. La realtà invece, dopo appena qualche ora d'aereo ti aggrediva subito, non solo con odori e suoni frastornanti, ma anche con una valanga di pensieri che mescolavano il passato e il presente senza lasciarti respiro. Era un po' il senso di questo viaggio, che richiamava i tempi della lotta, il sogno della rivoluzione ma si svolgeva in un territorio che si poteva rivelare pericoloso e implacabile se non si conservava la mente fredda. Superati i controlli doganali e una fila di baracchette di legno che vendevano un po' di tutto nell'atrio squallido dell'aeroporto. Mi feci largo tra i viaggiatori notturni appena arrivati da Tangeri con un volo Air France e mi affacciai alla notte tropicale. Questa mi accolse con una zaffata che mescolava odori di cibo cotto per strada, vegetazione umida, scarichi di gas dei veicoli e rifiuti. In lontananza si scorgevano bagliori di incendi che rischiaravano un disordinato ammasso di palazzi e abitazioni più piccole che emergevano come un fortino fantasma. Aveva smesso di piovere da poco e l'acqua sollevava da asfalto e cemento un tendaggio di vapore malsano. Un camion militare e un blindato pattugliavano l'ingresso alla R16 che portava in città. I passeggeri appena giunti erano in fila per prendere uno scalcinato autobus di lamiera bluastra, screziato da macchie di ruggine. Intanto in lontananza si udivano tuoni di mortaio. L'ex Alto Volta Francese, ribattezzato Burkina Faso dal presidente Thomas Sankara salito a potere con un colpo di stato nel 1984, cinto da Ghana, Togo, Benin, Niger, Mali e Costa d'Avorio non aveva sbocchi sul mare ed era uno dei paesi più poveri del mondo, ma restava un crocevia per traffici di ogni tipo. Salii sul pulman dopo aver scambiato un occhiata d’intesa con un ragazzo con la pelle scura e baffi spioventi. Ci sedemmo vicino e lui mi sussurrò all'orecchio: "I Compagni ti aspettano, dobbiamo sbrigarci, tra mezzora scatta il coprifuoco e le strade sono pericolose. La polizia spara a vista".
Non conosciamo altra bellezza, altra festa che quella che distrugge l'abuso delle banalità quotidiane e dei sentimenti truccati, basterebbe un colpo di vento per trasformare questo delirio permesso nel più grande incendio che la storia conosca.
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martedì 26 gennaio 2021
Nella Terra degli uomini liberi
domenica 17 maggio 2020
Sulla tomba di Robert Louis Stevenson
Salito sulla macchina di Bob percorremmo qualche centinaio di metri su un sentiero fiancheggiato da enormi alberi di tek. Sulla sinistra apparve una grande casa antica di due piani, costruita in mezzo a prati verdi e a una vegetazione dai colori brillanti Ford fece un cenno in quella direzione. “La chiamano Vailima. Un tempo era l'abitazione dello scrittore Robert Louis Stevenson e adesso è la residenza ufficiale del Capo di Stato. Stevenson è sepolto lassù.”E indicò questa volta un pendio collinoso quasi perpendicolare, che torreggiava davanti a loro, alto circa cinquecento metri. “E' il monte Vaea”.
Ci trovammo la strada sbarrata da un ruscello. Bob posteggiò la macchina e scendemmo. Guardai in su verso la cima della collina. “E' una salita piuttosto ripida”, disse Bob. “L'ho fatta una volta. Per certi turisti é una specie di pellegrinaggio”.
Feci di si con la testa, cercando di recuperare dei brandelli di ricordi di tanti anni prima. “Adesso ricordo di avere letto da ragazzo, Il giardino poetico del fanciullo, L'Isola del Tesoro e Il fanciullo rapito”. Bob aggiunse: “Il dottor Jekill e il signor Hyde, ha passato qualche anno negli Stati Uniti prima di venire quaggiù. Era ammalato di polmoni, tubercolotico, ed è morto nel 1894, mi pare”.
Attraversammo il ruscello e poi prendemmo un sentiero tortuoso che saliva su per il ripido fianco della collina, tutto boscoso. Dopo poche centinaia di metri la mia camicia era impregnata di sudore. Salimmo faticosamente per un quarto d'ora, “Quanto manca alla cima?” chiesi. “Siamo più o meno a metà strada” disse Bob. Così riprendemmo la salita finché non arrivammo in cima e qui superando una specie di mensola, arrivammo a una spianata aperta e disboscata. Poco più avanti c'era la tomba di Robert Louis Stevenson, una lapide posata su una base di blocchi di pietra. Bob si avvicinò barcollando e sedette sul bordo della tomba. “Non faccio molto moto di questi giorni” disse ansimando. “Mi sento le gambe come se fossero di gomma”.
Io lessi l'epitaffio inciso sulla tomba. Era tratto da una poesia dello stesso Stevenson, Requiem. Lessi ad alta voce gli ultimi tre versi: “Qui egli giace dove desiderava posare, E' a casa il marinaio, di ritorno dal mare, E il cacciatore è tornato dalla collina”. Mi infilai le mani in tasca e presi a gironzolare. Il panorama da lassù era splendido, si vedevano Apia, la campagna circostante e il mare.
(Tatto da ROMANZO IN POLVERE di Gepy Goodtime, edizioni La Paz , Caracas 1977)
Ci trovammo la strada sbarrata da un ruscello. Bob posteggiò la macchina e scendemmo. Guardai in su verso la cima della collina. “E' una salita piuttosto ripida”, disse Bob. “L'ho fatta una volta. Per certi turisti é una specie di pellegrinaggio”.
Feci di si con la testa, cercando di recuperare dei brandelli di ricordi di tanti anni prima. “Adesso ricordo di avere letto da ragazzo, Il giardino poetico del fanciullo, L'Isola del Tesoro e Il fanciullo rapito”. Bob aggiunse: “Il dottor Jekill e il signor Hyde, ha passato qualche anno negli Stati Uniti prima di venire quaggiù. Era ammalato di polmoni, tubercolotico, ed è morto nel 1894, mi pare”.
Attraversammo il ruscello e poi prendemmo un sentiero tortuoso che saliva su per il ripido fianco della collina, tutto boscoso. Dopo poche centinaia di metri la mia camicia era impregnata di sudore. Salimmo faticosamente per un quarto d'ora, “Quanto manca alla cima?” chiesi. “Siamo più o meno a metà strada” disse Bob. Così riprendemmo la salita finché non arrivammo in cima e qui superando una specie di mensola, arrivammo a una spianata aperta e disboscata. Poco più avanti c'era la tomba di Robert Louis Stevenson, una lapide posata su una base di blocchi di pietra. Bob si avvicinò barcollando e sedette sul bordo della tomba. “Non faccio molto moto di questi giorni” disse ansimando. “Mi sento le gambe come se fossero di gomma”.
Io lessi l'epitaffio inciso sulla tomba. Era tratto da una poesia dello stesso Stevenson, Requiem. Lessi ad alta voce gli ultimi tre versi: “Qui egli giace dove desiderava posare, E' a casa il marinaio, di ritorno dal mare, E il cacciatore è tornato dalla collina”. Mi infilai le mani in tasca e presi a gironzolare. Il panorama da lassù era splendido, si vedevano Apia, la campagna circostante e il mare.
(Tatto da ROMANZO IN POLVERE di Gepy Goodtime, edizioni La Paz , Caracas 1977)
lunedì 25 luglio 2016
LA CITTÀ BASTARDA
Le città aumentano di numero e di dimensioni, ma il fenomeno urbano continua a proporsi piuttosto come una rete di relazioni economiche, politiche e umane, con maglie più dense e spazi più radi. Le città contemporanee sono il palcoscenico o il campo di battaglia su cui poteri globali e significati e identità ostinatamente locali si incontrano, si scontrano, lottano e cercano un accordo soddisfacente, o appena sopportabile, una modalità di coabitazione che si spera sia una pace duratura ma che di norma si rivela soltanto un armistizio; brevi pause per riparare le difese danneggiate e dispiegare nuovamente le unità di combattimento.
La città è il luogo centrale della politica, del mercato, dei flussi di informazione, delle mode e delle tendenze culturali, ma anche il luogo dell’affollamento, del distacco dalla natura, del traffico e dell’inquinamento. Soprattutto è il luogo della folla; è la crescita quantitativa di persone coinvolte da uno stile di vita urbano. I poveri rappresenteranno la maggior parte dei nuovi cittadini. Stili di vita globali si fondono con retaggi di conoscenze locali, producendo nuovi modi di essere, di attribuire un significato alla realtà circostante, ma anche nuove fonti di ansia e di aggressività. Le città sono diventate le discariche di problemi concepiti e partoriti a livello globale. La città non è solo una macchina funzionale che genera e gestisce capitali, informazioni, politica e persone in un mercato globalmente connesso ma anche uno spazio dove si incontrano, scontrano e incrociano saperi e culture. Nella loro crescita vertiginosa, le città, soprattutto quelle di maggiori dimensioni, accolgono più generazioni di migranti, diversi per stato sociale e culturale: la cosmopoli si presenta come un universo multiforme che include ogni forma di diversità culturale ed etnica. Le città è il luogo dell’arricchimento culturale, dello scambio e dell’incontro, ma anche della perdita dei propri legami comunitari e valori tradizionali, del senso di appartenenza al territorio e alla natura: il nuovo cittadino si trova in molti casi a vivere in condizioni disagiate e soffre per l’emarginazione, l’esclusione e lo sradicamento che si traducono, talvolta, in comportamenti violenti e aggressivi. Il modello di vita della città globale, inoltre, è spesso associato all’imposizione di valori e stili di vita occidentali, non sempre condivisi.
(Tatto da ROMANZO IN POLVERE di Gepy Goodtime, edizioni La Paz, Caracas 1977)
La città è il luogo centrale della politica, del mercato, dei flussi di informazione, delle mode e delle tendenze culturali, ma anche il luogo dell’affollamento, del distacco dalla natura, del traffico e dell’inquinamento. Soprattutto è il luogo della folla; è la crescita quantitativa di persone coinvolte da uno stile di vita urbano. I poveri rappresenteranno la maggior parte dei nuovi cittadini. Stili di vita globali si fondono con retaggi di conoscenze locali, producendo nuovi modi di essere, di attribuire un significato alla realtà circostante, ma anche nuove fonti di ansia e di aggressività. Le città sono diventate le discariche di problemi concepiti e partoriti a livello globale. La città non è solo una macchina funzionale che genera e gestisce capitali, informazioni, politica e persone in un mercato globalmente connesso ma anche uno spazio dove si incontrano, scontrano e incrociano saperi e culture. Nella loro crescita vertiginosa, le città, soprattutto quelle di maggiori dimensioni, accolgono più generazioni di migranti, diversi per stato sociale e culturale: la cosmopoli si presenta come un universo multiforme che include ogni forma di diversità culturale ed etnica. Le città è il luogo dell’arricchimento culturale, dello scambio e dell’incontro, ma anche della perdita dei propri legami comunitari e valori tradizionali, del senso di appartenenza al territorio e alla natura: il nuovo cittadino si trova in molti casi a vivere in condizioni disagiate e soffre per l’emarginazione, l’esclusione e lo sradicamento che si traducono, talvolta, in comportamenti violenti e aggressivi. Il modello di vita della città globale, inoltre, è spesso associato all’imposizione di valori e stili di vita occidentali, non sempre condivisi.
(Tatto da ROMANZO IN POLVERE di Gepy Goodtime, edizioni La Paz, Caracas 1977)
martedì 19 gennaio 2016
Il suono della pioggia
Era aprile, e per ripararmi da una pioggia improvvisa mi rifugiai sotto un portone. Il portone si aprì solo di qualche centimetro, lo spazio necessario per lasciare passare una mano che mi offriva un ombrello, appena lo presi la mano si ritirò e il portone si chiuse. L'ombrello era un kasa fatto di carta oleata, un ampio cerchio che si apre come un piccolo tetto, sorretto da un cono di sottili strisce di bambù. Il ticchettio della pioggia mi avvolse così come il suono dell'acqua che si riversava in strada dalle grondaie a forma di drago.
E' qualcosa che non avrebbe bisogno di essere spiegata.
Basta ascoltare la pioggia. Sentite un po' come la chiamano i buddhisti, tathata, ovvero sia da-da-da. Come tutta la musica classica non significa nulla eccetto ciò che è, perché la grande musica non mima mai altri suoni, né è altro che musica. Non esistono messaggi nelle fughe di Bach. Anche quando ad un vecchio maestro Zen venne chiesto il significato del Buddhismo, questi rispose: "Se esiste qualsiasi significato in esso io stesso non sono liberato". Perché quando avete veramente sentito il suono della pioggia, allora potrete ascoltare, vedere e sentire qualsiasi altra cosa allo stesso modo, come qualcosa che non ha bisogno di traduzioni, qualcosa che è semplicemente quello che è, anche se può sembrare impossibile dire cosa.
(Tatto da ROMANZO IN POLVERE di Gepy Goodtime, edizioni La Paz, Caracas 1977)
E' qualcosa che non avrebbe bisogno di essere spiegata.
Basta ascoltare la pioggia. Sentite un po' come la chiamano i buddhisti, tathata, ovvero sia da-da-da. Come tutta la musica classica non significa nulla eccetto ciò che è, perché la grande musica non mima mai altri suoni, né è altro che musica. Non esistono messaggi nelle fughe di Bach. Anche quando ad un vecchio maestro Zen venne chiesto il significato del Buddhismo, questi rispose: "Se esiste qualsiasi significato in esso io stesso non sono liberato". Perché quando avete veramente sentito il suono della pioggia, allora potrete ascoltare, vedere e sentire qualsiasi altra cosa allo stesso modo, come qualcosa che non ha bisogno di traduzioni, qualcosa che è semplicemente quello che è, anche se può sembrare impossibile dire cosa.
(Tatto da ROMANZO IN POLVERE di Gepy Goodtime, edizioni La Paz, Caracas 1977)
domenica 28 giugno 2015
QUELLI CHE CI SONO SEMPRE (il prezzemolo umano)
Tutti conoscono quelli che ci sono sempre. Sono apprezzati e detestati come tutti quelli che si prendono cura e rimangono laddove tutti gli altri vivono e passano (il parroco, l'infermiera, la maestra, gli anziani, il farmacista). Sono il falso specchio della libertà, loro, gli assidui, gli schiavi di una servitù inedita che li illumina di una luce splendente: i combattenti, gli irriducibili, i senza privato, i senza pace. La rabbia per combattere, finiscono col trovarla nelle loro vite mutilate; attribuiscono le ferite ad una lotta nobile e immaginaria, mentre si sono feriti da soli allenandosi allo sfinimento. In verità, non hanno mai avuto la possibilità di scendere su un campo di battaglia: il nemico non li riconosce, li prende per un semplice disturbo, con la sua indifferenza li spinge alla follia, all'ordinaria insignificanza, all'offensiva suicida. L'alfabeto del potere non ha lettere per ricordarsi del loro nome; per il potere sono già scomparsi, ma resistono come fantasmi insoddisfatti. Sono morti e si sopravvivono nel transito dei visi che li attraversano, sui quali hanno più o meno presa, con i quali dividono la tavola, il letto, la lotta, finché i passanti non partono, o restano spegnendosi, diventando gli inerti di domani.
(Tatto da ROMANZO IN POLVERE di Gepy Goodtime, edizioni La Paz, Caracas 1977)
(Tatto da ROMANZO IN POLVERE di Gepy Goodtime, edizioni La Paz, Caracas 1977)
martedì 19 maggio 2015
L'uomo che mi seguiva alla stazione
È notte. Mi fanno entrare in un ufficio. Una giovane donna sta scrivendo a macchina; alla sua destra in un piatto un panino. Sono affamato.
La donna continua il suo lavoro senza parlare. Un poliziotto è di guardia all’ingresso della stanza. Ho le mani legate. Con tono umile e supplichevole chiedo di poter andare in bagno. “Slegatelo e accompagnatelo” risponde. Con la porta semiaperta estraggo i documenti che tengo piegati nei boxer e li faccio a pezzi e li butto nel water e tiro lo sciacquone e mi giro lamentandomi per dei dolori alla pancia.
“Andiamo”
Sono preoccupato ma non lo faccio vedere. Che cosa possono farmi adesso? Tutte le prove sono distrutte, di cosa possono accusarmi?
Attraverso un corridoio, sento rumori sordi e grida strozzate. Mi si gela il sangue. Il poliziotto si ferma davanti ad un ufficio, apre la porta e mi intima di entrare. La richiude alle mie spalle. Riconosco quel volto, è l’uomo che mi seguiva alla stazione.
Seduto sul bordo della scrivania, in abito marrone marcio, mi fissa: “I suoi documenti sono falsi: come ti chiami veramente? Chi sei?”
Rispondo.
“È falso! Stai mentendo la carta d’identità è stata falsificata! Dimmi chi sei?”
Disgraziatamente mi viene da ridere.
Gli schiaffi che ricevo mi fanno pentire di aver riso. Mi getto su di lui e gli assesto un pugno memorabile. Si riprende in fretta, non chiama nessuno, mi guarda con freddezza, poi estrae dalla giacca un revolver non di ordinanza che appoggia sul tavolo.
Non ricordo più quanti pugni e calci hanno colpito il mio volto ed il corpo, ferendomi senza rimedio. Provo rabbia e dolore. Dolore per la bocca che sanguina, così come le orecchie, dolore per le ossa che scricchiolano sotto i colpi. Perdo la nozione del tempo, non vedo più il mio agressore, soltanto i colpi.
(Tatto da ROMANZO IN POLVERE di Gepy Goodtime, edizioni La Paz, Caracas 1977)
La donna continua il suo lavoro senza parlare. Un poliziotto è di guardia all’ingresso della stanza. Ho le mani legate. Con tono umile e supplichevole chiedo di poter andare in bagno. “Slegatelo e accompagnatelo” risponde. Con la porta semiaperta estraggo i documenti che tengo piegati nei boxer e li faccio a pezzi e li butto nel water e tiro lo sciacquone e mi giro lamentandomi per dei dolori alla pancia.
“Andiamo”
Sono preoccupato ma non lo faccio vedere. Che cosa possono farmi adesso? Tutte le prove sono distrutte, di cosa possono accusarmi?
Attraverso un corridoio, sento rumori sordi e grida strozzate. Mi si gela il sangue. Il poliziotto si ferma davanti ad un ufficio, apre la porta e mi intima di entrare. La richiude alle mie spalle. Riconosco quel volto, è l’uomo che mi seguiva alla stazione.
Seduto sul bordo della scrivania, in abito marrone marcio, mi fissa: “I suoi documenti sono falsi: come ti chiami veramente? Chi sei?”
Rispondo.
“È falso! Stai mentendo la carta d’identità è stata falsificata! Dimmi chi sei?”
Disgraziatamente mi viene da ridere.
Gli schiaffi che ricevo mi fanno pentire di aver riso. Mi getto su di lui e gli assesto un pugno memorabile. Si riprende in fretta, non chiama nessuno, mi guarda con freddezza, poi estrae dalla giacca un revolver non di ordinanza che appoggia sul tavolo.
Non ricordo più quanti pugni e calci hanno colpito il mio volto ed il corpo, ferendomi senza rimedio. Provo rabbia e dolore. Dolore per la bocca che sanguina, così come le orecchie, dolore per le ossa che scricchiolano sotto i colpi. Perdo la nozione del tempo, non vedo più il mio agressore, soltanto i colpi.
(Tatto da ROMANZO IN POLVERE di Gepy Goodtime, edizioni La Paz, Caracas 1977)
lunedì 16 marzo 2015
IL DESIDERIO
Sera, hotel di bassa categoria, in centro città.
La luce fievole illumina malamente la stanza 49.
Due uomini seduti sul letto matrimoniale, sono in canottiera, uno fuma l’altro sorseggia del gin.
Il fumatore: “Ho un desiderio struggente di una donna, di una donna qualsiasi. Ogni donna mi suscita questo desiderio e credo che capiti a tutti gli uomini. E poiché lo so e non posso ignorarlo; non voglio più attaccarmi a una donna. So che potrebbe essere diversa da come è, non so come si potrebbe vivere con una donna.”
L’uomo del gin: “Se non è possibile, bisogna renderlo possibile. Non si può vivere così, senza potersi immaginare più un cambiamento o volerselo augurare.”
Il fumatore: “Naturalmente vorrei essere una sola cosa con una donna. Ma vorrei altrettanto essere me stesso e a ciò non voglio più rinunciare.”
L’uomo del gin: “Bisogna saper sopportare questa condizione!”
Il fumatore: “Io non credo neanche ad esempio, scopando si è nella donna. Ma in quel momento hai mai avuto l’impressione di essere insieme a lei?”
L’uomo del gin, resta interdetto e non risponde.
Il fumatore: “Mi sono sempre sentito solo dentro una donna, profondamente solo.”
L’uomo del gin: “Non riesco a immaginare come scopi!”
Il fumatore: “Io, te sì: ansimi come un film pornografico mal sincronizzato:”
La lampadina si spegne friggendo.
(Tatto da ROMANZO IN POLVERE di Gepy Goodtime, edizioni La Paz, Caracas 1977)
La luce fievole illumina malamente la stanza 49.
Due uomini seduti sul letto matrimoniale, sono in canottiera, uno fuma l’altro sorseggia del gin.
Il fumatore: “Ho un desiderio struggente di una donna, di una donna qualsiasi. Ogni donna mi suscita questo desiderio e credo che capiti a tutti gli uomini. E poiché lo so e non posso ignorarlo; non voglio più attaccarmi a una donna. So che potrebbe essere diversa da come è, non so come si potrebbe vivere con una donna.”
L’uomo del gin: “Se non è possibile, bisogna renderlo possibile. Non si può vivere così, senza potersi immaginare più un cambiamento o volerselo augurare.”
Il fumatore: “Naturalmente vorrei essere una sola cosa con una donna. Ma vorrei altrettanto essere me stesso e a ciò non voglio più rinunciare.”
L’uomo del gin: “Bisogna saper sopportare questa condizione!”
Il fumatore: “Io non credo neanche ad esempio, scopando si è nella donna. Ma in quel momento hai mai avuto l’impressione di essere insieme a lei?”
L’uomo del gin, resta interdetto e non risponde.
Il fumatore: “Mi sono sempre sentito solo dentro una donna, profondamente solo.”
L’uomo del gin: “Non riesco a immaginare come scopi!”
Il fumatore: “Io, te sì: ansimi come un film pornografico mal sincronizzato:”
La lampadina si spegne friggendo.
(Tatto da ROMANZO IN POLVERE di Gepy Goodtime, edizioni La Paz, Caracas 1977)
venerdì 13 febbraio 2015
Il colore della rivolta
Città labirinto, sporca ed infernale, stracarica di insegne colorate, architetture barocco/fascio/moderne, lampadine intermittenti, cartelloni pubblicitari, intellettuali che fanno politica, politici che fanno i mafiosi, polizia e carabinieri che sempre cercano chi mai non trovano.
I miei passi striscianti e trasgressivi, sperduti fra mille piedi e mille vie, con in testa ogni giorno un solo obiettivo, la sopravvivenza.
Nessuno di noi ha la verità in tasca, ma forse nelle nostre tasche, nelle nostre borse abbiamo lame di parole, dove ciò che non ci piace, tagliamo.
Di notte nel buio delle piccole vie del centro, nei palazzi della provincia che crollano, sotto i portici umidi di piscio di cane/umani, in riva al fiume o nei parchi tra danze di neri e scritte razziste: io provo a fermare il mondo, a graffiare muri e spargere sorrisi taglienti come gocce colorate di desiderio di rivolta.
(Tatto da ROMANZO IN POLVERE di Gepy Goodtime, edizioni La Paz , Caracas 1977)
mercoledì 21 gennaio 2015
Frammenti di rivolta
"Mi portò in bagno
con delle rudimentali manette
mi fissò i polsi ad un tubo delle condutture. Poi mi tolse i pantaloni lasciandomi mezzo nudo sul pavimento freddo".
Il discorso delle luci e delle ombre; il colore della notte sui sentieri metropolitani del desiderio; scritture delle rivolte clandestinizzate dalla cecità dei ghetti aromatizzati delle città; il sesso, la penetrazione; lo scodinzolare nelle sale illuminate, alla ricerca di sindaci ed assessori; il profumo dei soldi caduti dal cielo; i computer nevrotici che ti accarezzano con i loro schermi luminosi ...
NELLA RIBELLIONE E' NECESSARIO USARE STRUMENTI DIVERSI DA QUELLI DEI PROPRI NEMICI.
(Tatto da ROMANZO IN POLVERE di Gepy Goodtime, edizioni La Paz , Caracas 1977)
con delle rudimentali manette
mi fissò i polsi ad un tubo delle condutture. Poi mi tolse i pantaloni lasciandomi mezzo nudo sul pavimento freddo".
Il discorso delle luci e delle ombre; il colore della notte sui sentieri metropolitani del desiderio; scritture delle rivolte clandestinizzate dalla cecità dei ghetti aromatizzati delle città; il sesso, la penetrazione; lo scodinzolare nelle sale illuminate, alla ricerca di sindaci ed assessori; il profumo dei soldi caduti dal cielo; i computer nevrotici che ti accarezzano con i loro schermi luminosi ...
NELLA RIBELLIONE E' NECESSARIO USARE STRUMENTI DIVERSI DA QUELLI DEI PROPRI NEMICI.
(Tatto da ROMANZO IN POLVERE di Gepy Goodtime, edizioni La Paz , Caracas 1977)
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