Gertrud, moglie dell'avvocato Kanning, un uomo teso unicamente a scalare le vette delle alte gerarchie politiche, vive nella speranza di ricevere la controparte di un amore che ella profonde a piene mani: dal musicista Jannson ottiene solo bugie e meschinità; da Gabriel Lidman, un poeta amato nella giovinezza, viene rifiutata in quanto intralcio al proprio lavoro, Ormai vecchia, per sua libera scelta allontanatasi da tutti, Gertrud dinnanzi all'amico Axel Nygreen, ribadirà il proprio concetto dell'amore: "Amor omnia".
Quello che ho cercato in Gertrud è di far seguire le persone dalla cinepresa. Io stesso ho chiamato una volta queste azioni "primi piani scorrevoli". Ma abbiamo anche fatto in modo che questo non diventasse una cosa rigida e fredda, ma fosse una passeggiata. L'intenzione era di avere per tutto il tempo le facce degli attori in campo, in modo da poter leggere anche i loro pensieri, di poter leggere cioè i pensieri dell'uno mentre l'altro sta parlando. Perché la ripresa di un dialogo deve sottostare alla regola che le persone devono venir presentate di profilo, oppure uno dei due deve essere visto di schiena? In tal modo l'insieme delle persone può facilmente perdere di significato. Nella ripresa del dialogo entrambe le facce sono importanti.
(Carl Theodor Dreyer, "Cinque film", Einaudi, Torino 1967)
E' ancora diffuso l'atteggiamento di condanna per quei film che tradiscono la loro origine teatrale. Un esempio recente: l'aperta ostilità con la quale è stato accolto GERTRUD, l'ultimo film di Dreyer, che a me sembra un piccolo capolavoro. Esso non soltanto segue una commedia fine secolo dove i personaggi conversano a lungo con un certo sussiego, ma è filmato quasi interamente in campo medio. Una analisi più attenta rivelerebbe quanto è complesso il suo trattamento dello spazio.
(Susan Sontag, "Contro l'interpretazione", Mondadori, Milano 1967)
Non conosciamo altra bellezza, altra festa che quella che distrugge l'abuso delle banalità quotidiane e dei sentimenti truccati, basterebbe un colpo di vento per trasformare questo delirio permesso nel più grande incendio che la storia conosca.
Visualizzazione post con etichetta Carl Theodor Dreyer. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Carl Theodor Dreyer. Mostra tutti i post
giovedì 4 gennaio 2018
domenica 9 luglio 2017
IL VAMPIRO di Carl Theodor Dreyer
David Grey è un giovanotto che giunge casualmente a Courtempierre, uno strano villaggio sulla riva del fiume. Avvertito degli inquietanti eventi che vi accadono, si reca in un castello vicino; qui il padrone di casa muore misteriosamente, mentre una sua figlia, Léonie, è da tempo gravemente malata. Grazie ad un antico libro sui vampiri, Grey e un domestico scoprono l'esistenza di un "complotto" vampiresco contro la famiglia del castellano; trafiggono il cuore di una vecchia seppellita da secoli, così spezzano l'orrenda catena dei malefici, e salvano Léonie dalla morte.
Immaginiamo di essere seduti in una stanza qualunque. A un tratto ci dicono che c'è un cadavere dietro la porta; e subito la stanza si trasforma completamente; tutto in essa ha cambiato aspetto: la luce, l'atmosfera sono mutate pur essendo fisicamente le stesse. Perché noi siamo cambiati, e gli oggetto sono quali noi li vediamo. Ecco l'effetto che voglio ottenere nel mio film:
(Carl Theodor Dreyer, in Angelo Solmi, "Tre maestri del cinema", Edizioni di Vita e Pensiero, Milano 1956)
Nel film nordico chi ha esercitato un'influenza molto forte è stato Dreyer. In un film come Il Vampiro del '30 non so quanta parte abbia la nozione psicoanalitica, ma ricordo che era un film onirico. Anche se si alternavano sogni e realtà, era tutto raccontato come un sogno.
(Michel David, in "Cinema Nuovo" n. 190, novembre-dicembre 1967)
Immaginiamo di essere seduti in una stanza qualunque. A un tratto ci dicono che c'è un cadavere dietro la porta; e subito la stanza si trasforma completamente; tutto in essa ha cambiato aspetto: la luce, l'atmosfera sono mutate pur essendo fisicamente le stesse. Perché noi siamo cambiati, e gli oggetto sono quali noi li vediamo. Ecco l'effetto che voglio ottenere nel mio film:
(Carl Theodor Dreyer, in Angelo Solmi, "Tre maestri del cinema", Edizioni di Vita e Pensiero, Milano 1956)
Nel film nordico chi ha esercitato un'influenza molto forte è stato Dreyer. In un film come Il Vampiro del '30 non so quanta parte abbia la nozione psicoanalitica, ma ricordo che era un film onirico. Anche se si alternavano sogni e realtà, era tutto raccontato come un sogno.
(Michel David, in "Cinema Nuovo" n. 190, novembre-dicembre 1967)
Iscriviti a:
Post (Atom)





