mercoledì 26 marzo 2014

Essere simbolico alternativo

James Shreeve, alla fine del suo Neandertal Enigma, fornisce una bella illustrazione di un essere simbolico alternativo. Meditando su come avrebbe potuto essere una coscienza originaria, non-simbolica, ci presenta possibilità e differenze significative:
... gli dei del moderno abitano la terra, il bufalo, o il filo d'erba. Lo spirito di Neanderthal era l'animale o il filo d'erba, era la cosa e la sua anima percepite come una singola forza vitale, senza alcun bisogno di distinguerli con nomi diversi. Analogamente, l'assenza di espressioni artistiche non preclude la comprensione degli aspetti estetici del mondo. I Neanderthal non dipingevano sulle loro caverne immagini di animali, ma forse non avevano alcun bisogno di distillare la vita in rappresentazioni, perché le sue essenze erano già rivelate ai loro sensi. La vista di una mandria in corsa era sufficiente a ispirare un improvviso senso di bellezza. Non avevano tamburi né flauti di osso, ma erano in grado di ascoltare i ritmi esplosivi del vento, della terra e dei battiti del cuore degli altri, e di esserne coinvolti.

domenica 23 marzo 2014

Primitivismo e Civiltà

La società, così come la conosciamo nel mondo industrializzato, è una forma di patologia e di questo sono direttamente responsabili le spinte civilizzatrici che vengono da certi gruppi o individui dominanti.
In ambito di comunicazione, la preferenza per atti di rappresentazione simbolica ha offuscato la capacità umana di avere un'esperienza diretta degli altri in termini sociali e ci ha alienati dal resto del mondo naturale.
L'umanità ha in definitiva imboccato la strada sbagliata con l'avvento della domesticazione degli animali e dell'agricoltura stanziale, che ha gettato le fondamenta per lo sfruttamento della terra, favorito lo sviluppo di strutture sociali gerarchiche e, di conseguenza, il controllo di molti da parte di pochi.
Tutta la tecnologia che non sia quella dei cacciatori - raccoglitori è in sé detrimento ai rapporti sociali e ha spianato la strada alla catastrofe ecologica di cui è ora responsabile il sistema tecnoindustriale.

giovedì 20 marzo 2014

Debord e la psicogeografia

La geografia, per esempio, rende conto dell'azione determinante di forze naturali generali, come la composizione dei suoli o i regimi climatici, sulle formazioni economiche di una società e, per questa via, sulla concezione che essa può farsi del mondo. La psicogeografia si proporrebbe lo studio delle leggi esatte e degli effetti precisi dell'ambiente geografico, coscientemente organizzato o meno, in quanto agisce direttamente sul comportamento affettivo degli individui. L'aggettivo psicogeografico, conservando una vaghezza assai simpatica, può dunque applicarsi ai dati accertati da questo genere di investigazioni, ai risultati del loro influsso sui sentimenti umani, e anche più in generale a ogni situazione o ogni comportamento che sembrano partecipare allo stesso spirito di scoperta.

domenica 16 marzo 2014

IL TATTO

"Guardami, sentimi, toccami, guariscimi" (The Who)
Il tatto è il senso più antico ed il più pressante. Se un cammello accaldato ti appoggia le narici su un orecchio devi accorgertene immediatamente. Ogni nuova sensazione tattile, o cambiamento nel tatto (dal delicato al pungente per esempio), spinge il cervello ad una attività convulsa. Quando tocchiamo qualcosa di proposito: un amante, una sfera di cristallo, la lingua di un pinguino, mettiamo in moto la nostra complessa ragnatela di recettori tattili, esponendoli in successione alle diverse sensazioni. Il cervello legge lo scaricare e il non scaricare come una specie di codice Morse e registra: soffice, freddo, ruvido. La ricerca suggerisce che, benché ci siano quattro tipi principali di recettori, ce ne sono molti altri lungo un ampio spettro di reazione. Dopo tutto, la tavolozza di sensazioni che proviamo grazie al tatto è più elaborata di caldo, freddo, dolore e pressione. Molti recettori tattili si combinano per produrre quel che chiamiamo una fitta acuta. Consideriamo tutte le varietà del dolore, irritazione, abrasione; tutte le sensazioni di superficie percepite leccando, tamburellando, strofinando, accarezzando, massaggiando; il formicolio, l'illividirsi, il pizzicare, lo siorare, il graffiare, lo sbattere, il brancolare, il baciare, il toccare leggermente. 

giovedì 13 marzo 2014

TART T. CHARLES

Ipnosi, parapsicologia, arti marziali, buddhismo, meditazione, spiritualità, stati di coscienza normali e non ordinari, GurdJieff e naturalmente sostanze psichedeliche, due lauree, una in ingegneria elettronica al prestigioso MIT e una in psicologia all'Università del North Carolina. Questo il campo d'azione di Tart, una delle menti più versatili e enciclopediche nel campo delle ricerche sulla coscienza e le sue variazioni. Su questi argomenti ha scritto centinaia di articoli e una dozzina di libri tradotti nelle lingue principali, tra i fondatori insieme a Grof, Maslow e Wilber della Psicologia transpersonale, professore e ricercatore presso numerosi centri e università americane. Fondamentali per la comprensioni dei meccanismi psicologici sugli stati di coscienza due libri in particolare, tra i primi pubblicati, Altered States of Consciousness  del 1969 e States of Consciousness del 1975, in cui non mancano acute osservazioni sul ruolo degli psichedelici nelle modificazioni della coscienza.  

domenica 9 marzo 2014

Il discorso della sopravvivenza

Tutto ciò che oggi si dice, si scrive, si pensa comporta una quantità crescente di cose di nessuna importanza, riguardo alla vita, minacciata da ogni parte, e sempre più presente man mano che declina il dominio delle false apparenze.
Intessuto da millenni sulla trama di una remuneratività di cui il piacere di vivere non sa che farsene, il discorso della sopravvivenza, nello scorso decennio, si è talmente sconnesso che poche parole sfuggono al ridicolo prodotto dal fallimento stesso di ciò che le sosteneva.
A battersi per il capitale in nome del progresso, contro il capitale in nome del proletariato, per la burocrazia in nome della rivoluzione, e incessantemente per la sopravvivenza in nome della vita, ciò che resta dell'umanità del XX secolo, ha conquistato, sul fronte delle forme tradizionali dell'impegno, la sensazione di una incommensurabile stanchezza.
L'ordine assurdo delle cose non sprona certo a dannarsi di fatica per ciò che non serve a nulla, anche se l'inerzia spinge ancora nelle arene dello sfacelo spettacolare qualche gregge politicizzato e gli ultimi cani malefici del potere.
Per me non è una certezza, ma una scommessa, cui ogni istante mi invita a non rinunciare mai, che finalmente dalle ambiguità dell'apatia generale venga fuori una volontà di battersi per creare se stessi armonizzando la società col godimento di sé.

giovedì 6 marzo 2014

L'uomo è un frammento della natura

L'uomo corazzato, bloccato nella sua rigidità meccanicista, produce dei pensieri meccanicisti, crea degli utensili meccanicisti e si fa un'idea meccanicista della natura. L'uomo corazzato che nonostante la rigidità biologica sente, senza comprenderle, le emozioni orgonotiche del proprio corpo, è un mistico. Non si interessa alle cose materiali ma a quelle spirituali. Elabora un'ideologia mistica, soprannaturale della natura.
L'uomo meccanicista e l'uomo mistico si muovono entrambi all'interno dei limiti e delle leggi mentali della loro civiltà piazzata sotto il segno di un confuso mescolarsi di macchine e di entità divine.
Non nego affatto l'esistenza di una vita psicologica inconscia perversa. Ai miei occhi, tuttavia, l'uomo fa parte del resto della natura. per questo la sua cattiveria s'integra in un sistema funzionale più vasto. Come tutte le altre funzioni più naturali, questo sistema ha un origine, una ragione, un fine. Poco importa sapere se l'uomo è profondamente buono o cattivo. La teologia morale non fa parte dei nostri obiettivi. Ci interessa, invece, il posto dell'uomo con le sue pulsioni buone cattive nella natura tutta intera di cui esso è un frammento. 
Quel che ci anima è il desiderio di conoscere le particolarità della regione nella quale contiamo montare le nostre tende scientifiche.                               

domenica 2 marzo 2014

Il blues delle donne

Nonostante la loro importanza di sostegni e guide della famiglia, le donne nere si trovavano di fronte quello che è stato chiamato il doppio rischio di non essere solo negre ma anche femmine. Storicamente l'America non solo è stata sottoposta all'egemonia del bianco, ma anche a quella del maschio, sul piano sociale, economico, istituzionale e persino costituzionale (le donne non ebbero il diritto al voto fino al 1920). Nella struttura di casta della società americana gli uomini bianchi occupavano la sommità, seguiti dalle donne bianche, poi dagli uomini neri e giù in fondo dalle donne nere: relegate al ruolo di mamme o di puttane, queste erano sfruttate economicamente, aggredite sessualmente, oppresse comunque dai bianchi in mille modi.
La pura necessità economica le costringeva ad accettare i lavori meno retribuiti, in più, come i bianchi poveri del Sud avevano la consolazione sociale di essere se non altro superiori ai negri, molti maschi negri trovavano rifugio nella convinzione che gli uomini fossero superiori alle donne, lasciando così le donne in una condizione non molto lontana da quella di schiave degli schiavi. Siccome le donne nere spesso potevano trovare lavoro come cuoche, cameriere o balie, mentre i loro mariti non potevano, il rovescio della medaglia era che spesso arrivavano ad accettare l'idea corrente che i negri fossero pigri, fannulloni e irresponsabili.

There's nineteen livin'in my neighbourbood, 
There's nineteen livin'in my neighbourbood,
Eighteen of them are fools an'the one ain't no doggone good.
"Dirty No.Gooder's Blues. BESSIE SMITH"

(Nel mio vicinato ci sono diciannove uomini, / nel mio vicinato ci sono diciannove uomini, / diciotto sono cretini e quell'uno non vale niente.)