(Ermanno Olmi, in “Positif”, n. 210, settembre 1978)
La visione del mondo che Olmi comunica col suo film è questa: la storia è una lotta tra colpa e innocenza, tra peccato e santità, non c'è nessun altro movente. Su questa strada Olmi va più avanti, e dice: tutta l'innocenza da pane dei contadini, i contadini non possono che essere santi. Olmi non descrive soltanto, ma sostiene e propone una morale che non serve altro che a perpetuare lo stato di miseria e di sofferenza che lui stesso racconta. E la morale che non esclude soltanto la ribellione e la violenza, ma anche la denuncia e addirittura la presa di coscienza. Ogni volta (senza eccezioni) che un artista (scrittore o regista o altro) offre a un pubblico borghese la descrizione del mondo proletario o sottoproletario, lo fa, cosciente o no, per ottenere uno di questi due scopi: offendere il pubblico oppure cercarne la complicità. Olmi cerca la complicità. Il film fa appello ai buoni sentimenti e riduce la storia a favola. Olmi descrive a lungo la miseria economica e sociale del mondo contadino, ma dice che tanta grandezza religiosa si accompagnava a quella miseria: non gli viene mai il sospetto che questa grandezza e quella miseria stiano tra di loro in un rapporto di causa ed effetto.
(Ferdinando Camon, in “Il Giorno”, 19 ottobre 1978)



