martedì 15 febbraio 2022

Alchimia Vegetale

 

“La natura non dà alla luce le cose compiute, bensì tocca all'uomo compierle. L'alchimia è tale  compimento.  L'alchimista è il fornaio, poiché cuoce il pane, il vendemmiatore, perché produce il vino, il tessitore, perché tesse la tela.”  (Paracelso, Paragranum,  1530)

L'arte di guarire era uno degli obiettivi Fondamentali dell'alchimia ben prima di Paracelso (1493-1541), storicamente considerato il fondatore della iatrochimica :dal greco iatros, medico) farmaceutica. Poiché il processo alchimistico è orientato verso lo sviluppo organico, Newton ha descritto l'alchimia come ((chimica vegetale», in opposizione alla chimica meccanica  studiata in laboratorio. 

Aurora consurgens, inizio XVI sec.
Il più dotto di tutti i filosofi porge alla “madre  alchimia” un mazzo di erbe medicinali, con cui curare il suo corpo malato. Mentre il capo dorato e il seno argenteo (qui coperto per volontà di un censore) hanno  già raggiunto la perfezione, la parte inferiore del suo corpo si trova ancora in una condizione  impura e velenosa.  Le sue cosce sono  gonfie per l'idropisia, e i piedi colpiti dalla gotta. 



lunedì 7 febbraio 2022

I Ribelli del Rock’n’Roll – parte seconda

I teenager hanno  finalmente  un  linguaggio che li differenzia nettamente dagli adulti; nei Fifties, per la prima volta, lo slang inizia a cambiare a velocità vertiginosa: ciò che nel  1950 era «hot»,  per  definire qualcosa alla moda,  è adesso  reso col suo  opposto,  «cool». I teenager,  soprattutto, hanno  soldi da  spendere, per via d'una  insolita prosperità  postbellica, e lo  possono fare in modo   inequivocabilmente  giovane: gli 86 milioni di dollari spesi nel 1950 in strumenti  musicali diventano  149 alla fine del decennio, i 32 in libri per ragazzi diventano 88. I giovani vanno alla ricerca della propria identità preoccupandosi soprattutto di evidenziare, con il  corpo, l'atteggiamento e l'abbigliamento, la loro diversità, l'estraneità al mondo adulto. La libertà che chiedono  è  solo di pensiero, gli espliciti riferimenti sessuali nelle canzoni un pugno  in faccia a mamma e  papà, non  certo  l'invocazione di  una maggiore  tolleranza nei  costumi, non  certo i prodromi dell'amore  libero della Nazione  Utopistica di  Woodstock e  dei figli dei fiori. I teenager chiedono  soltanto di essere lasciati in pace nella loro Cittadella dell'Eterna  Adolescenza, dove l'adolescenza  non è la fase di passaggio dall'infanzia alla maturità, ma una condizione valida per se stessa. Le canzoni raccontano di school days, di sogni e malinconie tra i 13 e  i 19 anni, di amori eterni e  promesse da  non spezzare  tra i due  estremi del «forever»  e del  «never»,  di ragazze  che rimangono sempre «little girls, pretty, lovely, nice, cute, fine» e non diventano  mai  «women»,  mai «beautiful», perché  bellezza completa  e  perciò adulta. Non è un caso che il rock'n'roll sia nato in America, visti gli standard schizofrenici  della società americana: da un  lato il grande stress per farti diventare subito adulto, per convincerti che solo il lavoro e l'applicazione possono  garantirti l'ingresso nella società; dall'altro lo stress, altrettanto grande,  per prolungare   artificialmente la giovinezza: la cura ossessiva dell'immagine  e del  look spinge  uomini e  donne mature  a vestirsi come  ragazzini, a servirsi di creme, lozioni e  balsami, a sfruttare senza remore  lifting e trapianti. Gli americani perpetuano  la lotta tra Robinson Crusoe  e Peter Pan. E il rock'n'roll, dopo la morte  di Buddy  Holly (come vuole la  leggenda) o con l'inizio di un nuovo decennio  (come suggerisce la storia), è stato un po' come  l'Eden dopo la  caduta. Persa per sempre  l'innocenza  ci si è cominciati a illudere di poterla ricatturare. Finiti gli anni Cinquanta il rock'n'roll ha cessato di essere la musica di chi è  giovane per diventare la musica di chi si sente giovane  o vuole sentirsi tale, come l'Elvis degli ultimi tragici anni,  agghindato da ragazzino  e grottesca caricatura di se stesso; come Mick Jagger, che rideva all'ipotesi di cantare Satisfaction a 40 anni e oggi ride dell'ipotesi di smettere.   Gli anni Sessanta  vedranno pubblico e artisti socialmente più frustrati, la protesta assumerà  contorni letterari, contro i sistemi che si sgretolano, l'Università in crisi, le ingiustizie sociali e la guerra in Vietnam;  il rock  sarà il centro della cultura dell'alienazione, radice del pensiero politico di Hayden  e  Cleaver e  legato all'alternativa di sinistra. Negli anni Settanta la ricerca d'identità dei giovani  avverrà con la distruzione delle certezze consolidate  o con  la rincorsa a innocui feticci. Negli anni  Ottanta il rock proverà a cancellare il suo peccato originale sfruttando i media  per cambiare, in megaraduni  ed eventi vari, lo stato delle cose. Ma l'innocenza degli  anni Cinquanta  non la si riacquisterà  più. La storia  del rock è qualcosa  di più della spiegazione  di uno  stile musicale. È invece la storia che racconta e riflette la sempre  maggiore confidenza, maturità e  indipendenza economica della generazione  del secondo dopoguerra, le sue  mutevoli aspirazioni, la sua insaziabile sete di scoperta, il sorgere di una coscienza politica. È una  storia di  esplorazioni ed avventure, innovazioni  e imitazioni. 



mercoledì 2 febbraio 2022

I Ribelli del Rock’n’Roll – parte prima

Il rock'n'roll irrompe come una furia, distruggendo gli argini e inondando  le campagne, in un'America che la seconda  guerra mondiale aveva lasciato con poche certezze e molte  paure. Due le più grandi: la bomba atomica e l'arrivo dei  russi e del comunismo. Paure, per la verità, tutt'altro che ingiustificate. Nel 1950 l'Unione  Sovietica aveva il triplo degli aerei da combattimento, il quadruplo delle truppe, una percentuale di trenta divisioni corazzate a una. Quattro mesi prima della fine degli anni Quaranta aveva fatto esplodere la sua prima bomba atomica e la Casa Bianca aveva dato l'annuncio solamente tre settimane dopo, il 23 settembre, contribuendo così ad aumentare  il panico nella gente. Gli uomini della Difesa prevedevano da 10  a 15 milioni di morti nel solo primo giorno d'esplosione; il film «On The Beach»,  tratto  dal romanzo  di Nevil  Shute  che descrive la fine della vita sulla terra dopo la guerra  nucleare, fa scalpore a dispetto  dell'incontro apparentemente  rassicurante tra  Eisenhower e   Kruschev, a Camp David. L'America  sente  che l'orologio atomico batte sempre  più forte e va incontro al futuro che ritiene inevitabile senza illudersi troppo e con l'ingenuità tipica del Grande Paese: «Piccole fattorie, proprio fuori dal raggio  d'azione della bomba atomica», annuncia la pubblicità di un'impresa  di Washington,  DC; «Impara  a  conoscere i pericoli della bomba e i passi da compiere per neutralizzarli. Puoi sopravvivere!», tenta di rassicurare un pam-phlet del governo. L'America teme il  domani e non guarda al suo ieri, come invece  accade nello stesso periodo in Gran Bretagna,  dove gli angry young  men  denunciano  le  pecche  dello Stato assistenziale. E  per questo che il rock'n'roll  diventa subito  fiume in piena;  perché urla a chiare lettere che il passato  è passato e che il futuro non  conta   perché  potrebbe  anche non arrivare. «Voglio il  mondo e lo voglio  ora»  e «questa è la  mia vita e ne faccio ciò  che  voglio» sono le prime  parole che il rock'n'roll  ha  insegnato  a pronunciare. Ha scritto Jerry  Rubin: «Papà guardava la sua casa, la macchina e il giardino  ben curato e si sentiva fiero. Ma noi eravamo  confusi. Non capivamo.  Perché  lavorare?  Per  avere  case più grandi, automobili  più grandi, giardini ben curati più grandi?   Diventavamo  matti. Fu allora  che Elvis  Presley sbatté fuori Eisenhower,  facendo vorticare i nostri corpi irrigiditi. La selvaggia  energia del rock  pulsò e  zampillò calda dentro di noi,  ritmo irrefrenabile che sveglia gli istinti repressi. Musica per liberare lo spirito, per stare insieme. Elvis ci  ha detto: "Andiamo!"».  Il rock'n'roll diventa la colonna  sonora  del teenage  takeover, la presa di potere dei teenager  che hanno, per la prima volta, coscienza di sé come gruppo. Hanno  finalmente eroi teenager che cantano di teenager per i teenager, quando nel 1950 i teen idol più votati nel referendum di «Downbeat»  appartenevano al  mondo dello sport (Joe Di Maggio e Babe Ruth); nella seconda meta del decennio proliferano i  gruppi musicali  con «teen» nel nome - The Teen  Queens, The Six Teens,  Frankie Lymon &   The Teenagers — e non si contano gli hits con «teen» nel titolo: Teen Age  Prayer (Gale Storm, 1955),  Teen Angel (Mark  Timming, 1957), A Teenager's Romance  (Ricky Nelson, 1957), Teenage Crush  (Tommy Sands, 1957), Sweet Little Sixteen (Chuck Berry, 1958),  Teen Beat (Sandy Nelson, 1959), Teenager In Love (Dion, 1959). 



domenica 23 gennaio 2022

Aguirre, furore di Dio - Werner Herzog

La realtà nel cinema. Qualcosa in cui Herzog ha sempre creduto poco. Nella sua accezione più estremista, il suo cinema è stato considerato "sull'orlo della follia", una versione dark della vita, ma senza troppi toni scuri, l'inquietudine è tutta nella logica o nelle atmosfere inquietanti che riesce a creare. Il cinema si alimenta di sogni, di nostalgie e di desideri collettivi, molto più che di realtà, l'ha sempre detto lui. E nei suoi sogni, nelle sue nostalgie e nei suoi desideri c'è sempre la Natura. Sia essa il volto di una verde giungla o di un sabbioso deserto. Ma attenzione, lui, la natura non l'ha mai amata... Parole sue! Per lui è stupida, oscena e sbagliata, ma vitale perché inevitabilmente primitiva, casuale e irripetibile. Da rimanerne spiazzati, così come si rimane spiazzati di fronte alle sue inconsapevoli e misteriosi visioni di morti folli ed eroiche. Un cinema di super uomini. Individui con dignità e che si risollevano dalla loro condizione umana. 
Nel 1560 un piccolo esercito di soldati spagnoli e schiavi indios guidati da Gonzalo Pizarro valica le Ande per addentrarsi nella foresta amazzonica alla ricerca del mitico regno di Eldorado. Giunto sulle rive dell’Urubamba al termine di un’estenuante marcia nella giungla, Pizarro decide di mandare in avanscoperta una spedizione su zattere al comando
di Pedro Ursùa, cui affianca Lope de Aguirre, con lo scopo di reperire viveri e saggiare le reali possibilità di riuscita dell’impresa. La violenza del fiume, che causa la morte di dsieci uomini e la distruzione delle zattere, convince Ursùa a ritirarsi. Alla decisione si oppone Aguirre che, esautorato il comandante, proclama il proprio tradimento della corona di Spagna e nomina imperatore di Eldorado il nobile ma rozzo Fernando de Guzman. L’equipaggio, terrorizzato dalla violenza di Aguirre, ma al tempo stesso affascinato dalla sua lucida follia, decide di seguirlo nell’impresa. Dopo un processo sommario che condanna a morte Ursùa, si costruiscono nuove zattere per riprendere la discesa del fiume. Colpiti dalla fame, dalle malattie, dagli indios che li bersagliano con frecce avvelenate, gli uomini muoiono uno dopo l’altro: Aguirre rimane solo in mezzo a un’orda di scimmie a gridare al nulla assurdi proclami di gloria, vaneggia di sposare sua figlia e di fondare una dinastia che conquisti col tradimento tutta la Spagna. “Dio è con me” proclama alle scimmie venute a profanare i cadaveri di cui è disseminata la zattera. Nel “Dio è con me” di Aguirre riecheggia il “Gott mit uns” dei nazisti, e questa è soltanto la più esplicita allusione di Herzog alla storia recente. In realtà tutto il film, carico di simboli trasparenti, è un’allegoria della civiltà spinta al genocidio dall’imperialismo colonialista benedetto dalla Chiesa e dalla voluttà di potenza che ha travolto nella paranoia ogni misericordia e senso del diritto, condotto a una spietatezza selvaggia dal suo fanatismo, Aguirre non è soltanto un antenato di Hitler: incarna, nel suo gelido sadismo, la barbarie sepolta nell’uomo di ieri, di oggi e di domani, tradotta nell’umiliazione dei deboli e nel furore distruttivo. In Aguirre il regista mostra lo scorrere del tempo in relazione allo scorrere dell’acqua, l’immobilità del tempo: una natura immersa in uno stato di coma prolungato, una terra che non si è ancora destata. È il delirio di un paese intero che si infiltra a poco a poco nell’animo degli uomini e che porta infine al loro delirio. Alla fine, non si tratta più di una conquista ma del delirio dell’imperialismo, del sogno insensato dell’oro e del potere. 





lunedì 17 gennaio 2022

IL LIUTO

1. Cavigliere 

2. Piroli 

3. Manico 

4. Tastature 

5. Tavola  armonica 

6. Foro di risonanza 

7. Fasce 

Il liuto è uno strumento cordofono a pizzico, con cassa di legno a forma di pera,   tavola  d'armonia  piatta fornita di rosa al centro spesso finemente  traforata, dorso  panciuto costruito a strisce; manico corto, la cui cordiera, inserita al di sotto della tavola d'armonia, è fornita di tasti, cioè listerelle trasversali per il sezionamento  delle  corde, in numero di sette o più (nel disegno i tasti sono dieci, con nove listerelle); cavigliere rivoltato all'indietro ad angolo retto; da sei a più corde, quasi sempre doppie (nel disegno  le corde sono dieci, doppie) accordate a distanza di quarta, quinta e anche terza (la corda doppia sempre accordata all'unisono). Queste sono le caratteristiche di base del liuto. In Europa il liuto, strumento di origine araba, è  presente fin dalla metà del sec. X,  nel tipo a manico corto (il tipo arabo a manico più lungo della cassa, di origine più antica, non ebbe mai diffusione europea); la più  vasta diffusione la conobbe nei secoli  XVI e XVII, in una serie vastissima di modelli, in cui variavano non solo le  dimensioni e il numero delle corde, ma anche il numero dei tasti, l'accordatura delle corde, e la presenza o meno di corde doppie (spesso la corda o le due corde più acute  erano semplici, le altre doppie).

 


mercoledì 24 novembre 2021

LE MANI IN TASCA - Benjamin Péret

Nessuna esitazione e vedrete la linea della vita

Del pane tagliato in tutta la sua lunghezza

È una valle profonda dove scorre un fiume di latte acido

La cui corrente trasporta migliaia di ali

Che sbattono senza posa per provocare il furore delle acque

Ma no esse ridono come un fischio d’ammirazione

Indirizzato dai bassifondi di Chicago

Alla ragazza nuda che si contempla allo specchio

Che applaude fragorosamente

E un pesce volante erra intorno a lei

Criticandola

Il suo occhio destro concentra tutto il mare e il suo sale che brilla al sole

Mentre l’altro presagisce l’autunno

Ascolta i frutti maturi che cadono al suolo

Con un rumore di schiaffo immeritato

Che dirà la terra

E il tuo seno destro che figura un colpo di cannone

Sparato in onore delle anatre selvatiche

Che migrano nel tuo sangue

Mentre il tuo seno sinistro si ricorda

Del segnale di confine che per tanto tempo

Lo ha privato delle carezze del sole che sorgeva

Frusciante sotto il suo ombrello color dei due mondi

Dove si riparano bastimenti a quattro alberi

Lamenti a denti di sega sbreccata

E colpi d’occhio complici come casseforti aperte

Riempite dal soffio leggero

Degli enigmi risolti


giovedì 4 novembre 2021

EDEN - Mia Hansen-Løve

Gli anni ’90 segnano il rapido sviluppo della musica elettronica francese. Nelle eccitanti notti parigine Paul muove i suoi primi passi come Dj amante della musica house. Con il suo migliore amico crea il duo “Cheers” che trova immediatamente un fedele seguito sotterraneo. I due amici sono presto risucchiati da una breve ed euforica popolarità. Paul, accecato dalla sua passione musicale, inizia però a trascurare la sua vita quotidiana. Eden ripercorre i passi del “French touch” dal 1992 a oggi, rievocando una generazione che è stata in grado di riscrivere le regole della musica dance grazie a musicisti come i Daft Punk, Dimitri from Paris, Cassius, Alex Gopher e altri. Un film sulla musica che comincia immergendosi nel silenzio, un nuovo ritratto giovanile che nasce semmai à côté del duo musicale Daft Punk e che fa di questa sua lateralità la chiave di lettura del suo romanzo di formazione. Ritratto privato dalle continue tentazioni generazionali, con la scena House del French Touch, che la regista descrive davvero “in casa”, assieme al fratello dj Sven, uno degli ideatori del vero duo dei Cheers e delle serate Respect du Queen. In un flusso inestricabile di realtà e finzione, la Hansen-Løve si impossessa delle random access memories del fratello per una lenta, capillare immersione in questa ritualità di feste, serate, club in cui i protagonisti si trovano, si riconoscono, sentendosi per l’appunto a casa, in un viaggio che partendo dalla nascita del digitale, dalla fascinazione robotica, fa poi ritorno all’analogico, scoprendosi di nuovo “human after all”. Diviso in due capitoli, Paradise Garage (dal nome del celebre club newyorkese, culla della disco music) e Lost in Music (come la celebre hit delle Sister Sledge),
Eden è una vera e propria immersione nella realtà quotidiana lavorativa e personale dei suoi personaggi, ritratti con un certo affetto ma anche con malinconia dalla regista, che ha personalmente attraversato quel mondo, dal momento che suo fratello ne faceva parte. In questo anodino amarcord generazionale, la Hansen Løve rilegge temi e luoghi della sua adolescenza senza concedersi particolari sbavature romantiche; anzi, tutto è pervaso da un’avvolgente coltre di malinconia, che si declina in esistenze dal quotidiano poco entusiasmante, dove persino la musica non è abbracciata con particolare passione e gli amori scorrono via lasciando solo qualche rimpianto.
“Ho finito di girare Un amore di gioventù con la consapevolezza di aver reso un’idea quanto più possibile coerente. Considerare i miei primi tre film come una sorta di trilogia, mi ha fatto sentire il bisogno di andare avanti. Nello stesso periodo, mio fratello Sven, Dj per vent’anni, ha deciso di chiudere questo percorso e di cambiare stile di vita. Anche lui ha sentito l’esigenza di ripartire e cominciare a scrivere, cosa che avrebbe sempre voluto fare. Dopo aver visto Qualcosa nell’aria di Olivier Assayas, che racconta la storia della sua generazione attraverso gli anni dell’adolescenza, ho pensato: «Cosa accadrebbe se girassi un film sulla mia generazione,quella dei giovani tra il 1990 e il 2000, da una prospettiva più ampia rispetto al quella di Un amore di gioventù? Cosa verrebbe fuori?». La storia di mio fratello, la sua carriera come Dj dalla nascita dei rave e la scoperta della musica elettronica fino al successo mondiale del French Touch, una certa disillusione che l’ha spinto a cambiare la sua vita, sembrano racchiudere l’energia e le aspirazioni della mia generazione. (Mia Hansen-Løve)

Mia Hansen-Løve, dopo due cortometraggi, ha diretto il suo primo film Tout est pardonné (2007) presentato alla Quinzaine des Réalisateurs a Cannes e vincitore del premio Louis-Delluc come miglior esordio. Il film successivo, Il padre dei miei figli, ispirato agli ultimi giorni del produttore Humbert Balsan, è stato presentato al festival di Cannes nel 2009 nella sezione Un Certain Regard. Nel 2010 la rivista Variety ha classificato Mia Hansen-Løve tra i primi dieci registi internazionali da conoscere. Un anno dopo, ha diretto Un amore di gioventù, film che ha ottenuto un ampio successo di pubblico e l’unanime consenso della critica.