Non conosciamo altra bellezza, altra festa che quella che distrugge l'abuso delle banalità quotidiane e dei sentimenti truccati, basterebbe un colpo di vento per trasformare questo delirio permesso nel più grande incendio che la storia conosca.
lunedì 23 dicembre 2019
IL PENSIERO-SUONO
Non vi è dunque né materializzazione dei pensieri, né spiritualizzazione dei suoni, ma si tratta del fatto per cui il pensiero-suono implica divisioni e per cui la lingua elabora le sue unità costituendosi tra due masse amorfe. Ogni lingua crea dunque il proprio repertorio di significati articolando arbitrariamente la massa di per sé amorfa del pensiero. In questo senso il significato è linguisticamente autonomo: non esistono significati prima, al di fuori o indipendentemente dalla lingua; il significato nasce all'interno del sistema linguistico ed è un'entità tutta linguistica.
Il ruolo caratteristico della lingua di fronte al pensiero non è creare un mezzo fisico materiale per l'espressione delle idee, ma servire da intermediario tra pensiero e suono in condizioni tali che la loro unione sbocchi necessariamente in delimitazioni reciproche di unità. Il pensiero, caotico per sua natura, è forzato a precisarsi decomponendosi.
domenica 15 dicembre 2019
VOLUNTEERS – Jefferson Airplane
Woodstock 1969, quando i Jefferson Airplane si presentano sul palco, Grace Slick dichiara che se fino a quel momento ci sono stati gruppi “duri”, ora c’è un nuovo genere. Poi mentre il gruppo attacca Volunteers, annuncia come super ospite il pianista Nicky Hopkins. Purtroppo questo brano scatenato e rivoluzionario sarà sfumato nel film, sicuramente per motivi di censura. La multinazionale Warner Bross non ama certo sentir cantare:
"Guardate cosa sta accadendo fuori nella strada:
è la rivoluzione, dobbiamo fare la rivoluzione!
Hey sto danzando giù nella strada,
è la rivoluzione, dobbiamo fare la rivoluzione!
Non è sorprendente tutta la gente che incontro?
E’ la rivoluzione, dobbiamo fare la rivoluzione!
Una generazione è invecchiata
una generazione ha trovato la sua anima.
Questa generazione non ha mete da raggiungere:
raccogliete il grido.
Hey, adesso è il momento per voi e per me.
E’ la rivoluzione, dobbiamo fare la rivoluzione!
Su, venite, stiamo marciando verso il mare,
è la rivoluzione, dobbiamo fare la rivoluzione!
Chi vi spazzerà via?
Saremo noi. E chi siamo noi?
Siamo i volontari d’Amerika,
i volontari d’Amerika,
i volontari d’Amerika!"
Grandi dinosauri del paleolitico californiano, i Jefferson Airplane (diventati Starship con il progresso tecnologico) volano da oltre venticinque anni nei cieli di San Francisco; in gioventù erano il complesso più audace del movimento psichedelico, del radicalismo hippie, dell'utopismo ecologico. A fondare il gruppo è nel 1965 Marty Balin. Entrato in società con amici nell'acquisto di un locale, il Drinking Gourd, ha l'intuizione di rinnovarlo sulle basi del nuovo rock emergente: lo ribattezza dunque Matrix e si mette a organizzare una house hand in quel posto, cercando musicisti che accompagnino lui, cantante. In breve trova i chitarristi Paul Kantner e Jorma Kaukonen, la cantante Signe Tole Anderson, il contrabbassista Bob Harvey e il batterista Jerry Peloquin: prendono nome Jefferson Airplane e sfoggiano un repertorio modellato sul folk rock
appena nato, con echi della tradizione americana combinati con la musica di Beatles, Byrds e Dylan. Le esibizioni al Matrix suscitano scalpore e una potente major come la Rca è pronta a ingaggiare il complesso fin dall'autunno 1965, portandolo in studio qualche mese più tardi per il long playing d'esordio Takes off 1966, molto
ingenuo e derivativo: la formazione di queste prime sessions è già cambiata rispetto agli esordi, con il batterista Skip Spence al posto di Peloquin e bassista Jack Casady invece di Harvey. Il 1967 è l'anno d'oro della scena di San Francisco, che vive giorni esaltanti nel nome della nuova musica ispirata da droghe. pace e amore. I Jefferson sono alla testa del nuovo movimento, con una formazione ancora una volta rivoluzionata ma finalmente stabile: non ci sono più Skip Spence e Signe Anderson, ma il nuovo batterista Spencer Dryden e la cantante Grace Slick, già celebre nell'ambiente cittadino come leader della Great Society. Proprio la Slick, con la sua personalità e il fascino prepotente, conferisce al gruppo quel plus che faceva difetto: energia, grande presenza scenica ma anche due canzoni vincenti come Somebody To Love e White Rabbit. Scritti a suo tempo con il primo marito Jerry Slick, quei brani diventeranno la chiave di volta dei nuovi Jefferson e i pezzi forti del loro secondo long playing, Surrealistic Pillow, colonna sonora dell'estate più bella di San Francisco, quella del 1967. L'album fa uscire il complesso dal bozzolo e lo impone clamorosamente in testa alle classifiche statunitensi: la musica ha perso la timidezza degli esordi e traccia fantastici disegni di folk rock psichedelico, come dimostrano anche i pezzi di Marty Balin, principale autore del gruppo. Il successo ottenuto dal long playing e la fama acquisita nel corso di leggendarie esibizioni ancora al Matrix, al Fillmore Auditorium e al festival di Monterey spingono i Jefferson a insistere sulla via della sperimentazione psichedelica e a “cogliere l'attimo fuggente” della civiltà di San Francisco in un disco audace e free form come After Bathing At Baxter's, uscito nel novembre 1967. Quelle del disco smettono di essere semplici canzoni ma diventano lunghe suite lunatiche con spazio all'improvvisazione, come dimostra soprattutto il deliquio chitarristico di Kaukonen in Spare Chaynge e il gusto rumoristico a "collage" che deve qualcosa alle Mothers Of Invention; tra i brani, un omaggio all'adunata hippie dello Human Be-In, Saturday Afternoon, e una delle più incantevoli fiabe Slickiane, Martha. Echi di quel mondo in fermento si colgono ancora con un tono però più tranquillo, sul successivo Crown Of Creation del 1968; alla tempesta sonora di House At Pooneil Corners fanno riscontro deliziose ballate come Lather (da una poesia di James Joyce) e Triad (vietatissima canzone sull'amore libero, di David Crosby). Con quelle opere e un'attività in concerto sempre intensa, testimoniata dal live Bless Its Pointed Little Head del 1969. Il successo non ha intaccato il loro gusto polemico e la voglia di prese di posizione radicali. Lo dimostra nell'estate 1969 un album crudo come Volunteers, violenta satira antimilitarista in linea con la protesta studentesca nei campus e con il movimento delle «pantere bianche» di Jerry Rubin.
"Guardate cosa sta accadendo fuori nella strada:
è la rivoluzione, dobbiamo fare la rivoluzione!
Hey sto danzando giù nella strada,
è la rivoluzione, dobbiamo fare la rivoluzione!
Non è sorprendente tutta la gente che incontro?
E’ la rivoluzione, dobbiamo fare la rivoluzione!
Una generazione è invecchiata
una generazione ha trovato la sua anima.
Questa generazione non ha mete da raggiungere:
raccogliete il grido.
Hey, adesso è il momento per voi e per me.
E’ la rivoluzione, dobbiamo fare la rivoluzione!
Su, venite, stiamo marciando verso il mare,
è la rivoluzione, dobbiamo fare la rivoluzione!
Chi vi spazzerà via?
Saremo noi. E chi siamo noi?
Siamo i volontari d’Amerika,
i volontari d’Amerika,
i volontari d’Amerika!"
ingenuo e derivativo: la formazione di queste prime sessions è già cambiata rispetto agli esordi, con il batterista Skip Spence al posto di Peloquin e bassista Jack Casady invece di Harvey. Il 1967 è l'anno d'oro della scena di San Francisco, che vive giorni esaltanti nel nome della nuova musica ispirata da droghe. pace e amore. I Jefferson sono alla testa del nuovo movimento, con una formazione ancora una volta rivoluzionata ma finalmente stabile: non ci sono più Skip Spence e Signe Anderson, ma il nuovo batterista Spencer Dryden e la cantante Grace Slick, già celebre nell'ambiente cittadino come leader della Great Society. Proprio la Slick, con la sua personalità e il fascino prepotente, conferisce al gruppo quel plus che faceva difetto: energia, grande presenza scenica ma anche due canzoni vincenti come Somebody To Love e White Rabbit. Scritti a suo tempo con il primo marito Jerry Slick, quei brani diventeranno la chiave di volta dei nuovi Jefferson e i pezzi forti del loro secondo long playing, Surrealistic Pillow, colonna sonora dell'estate più bella di San Francisco, quella del 1967. L'album fa uscire il complesso dal bozzolo e lo impone clamorosamente in testa alle classifiche statunitensi: la musica ha perso la timidezza degli esordi e traccia fantastici disegni di folk rock psichedelico, come dimostrano anche i pezzi di Marty Balin, principale autore del gruppo. Il successo ottenuto dal long playing e la fama acquisita nel corso di leggendarie esibizioni ancora al Matrix, al Fillmore Auditorium e al festival di Monterey spingono i Jefferson a insistere sulla via della sperimentazione psichedelica e a “cogliere l'attimo fuggente” della civiltà di San Francisco in un disco audace e free form come After Bathing At Baxter's, uscito nel novembre 1967. Quelle del disco smettono di essere semplici canzoni ma diventano lunghe suite lunatiche con spazio all'improvvisazione, come dimostra soprattutto il deliquio chitarristico di Kaukonen in Spare Chaynge e il gusto rumoristico a "collage" che deve qualcosa alle Mothers Of Invention; tra i brani, un omaggio all'adunata hippie dello Human Be-In, Saturday Afternoon, e una delle più incantevoli fiabe Slickiane, Martha. Echi di quel mondo in fermento si colgono ancora con un tono però più tranquillo, sul successivo Crown Of Creation del 1968; alla tempesta sonora di House At Pooneil Corners fanno riscontro deliziose ballate come Lather (da una poesia di James Joyce) e Triad (vietatissima canzone sull'amore libero, di David Crosby). Con quelle opere e un'attività in concerto sempre intensa, testimoniata dal live Bless Its Pointed Little Head del 1969. Il successo non ha intaccato il loro gusto polemico e la voglia di prese di posizione radicali. Lo dimostra nell'estate 1969 un album crudo come Volunteers, violenta satira antimilitarista in linea con la protesta studentesca nei campus e con il movimento delle «pantere bianche» di Jerry Rubin.
mercoledì 4 dicembre 2019
7:19 di Jorge Michel Grau
Città del Messico, 19 settembre 1985. Primo mattino, in un edificio governativo: tutti i dipendenti vengono convocati per una riunione straordinaria. Mentre prendono posto, improvvisamente un violento terremoto li seppellisce sotto nove strati di cemento e lamiere contorte. Bloccati tra le macerie del palazzo, i pochi sopravvissuti, tra cui Martin, il guardiano notturno, e Fernando, alto funzionario dello stato, sono lasciati soli nell’oscurità, aggrappati alle loro vite e in disperata attesa di aiuto.
Brividi e nostalgia accompagnano i miei ricordi. Non è tanto il terremoto in sé, gli oggetti che rimbalzano, o le vertigini. Non sono nemmeno la paura o l’ansia che mi sono rimaste. Mio padre stava portando me e mio fratello in macchina, lungo la Havre Avenue a Città del Messico, quando improvvisamente decine di edifici sono crollati come i giocattoli di carta, in un attimo. Mi sono rimasti impressi gli odori. Ricordo l’odore di gas che fuoriusciva dai tubi in frantumi sotto centinaia di tonnellate di macerie. Mi ricordo l’odore della morte che sentivo nel naso. È accaduto di mattina molto presto. Ricordo quell’odore che mi ha insegnato cosa fosse la morte. C’è un detto nel mio paese, una battuta che ha un fondo di verità, si dice che hai già qualcosa da raccontare ai tuoi nipoti. E sì, questo è quello che voglio dire loro: erano le 7:19 del 19 settembre 1985. Io avevo dodici anni. Un terremoto distrusse gran parte di Città del Messico, lasciando migliaia di persone sepolte sotto le macerie e altre migliaia senza più niente. Così la catastrofe ha raggiunto il Messico. La più grande tragedia ha colpito un paese che non era pronto a farle fronte.
Jorge Michel Grau è nato in Messico, diplomato in regia al Centro de Capacitación Cinematográfica, inizia la sua carriera producendo documentari culturali e programmi educativi. Nel 2004 si specializza alla Escola Superior de Cinema y Audivisuals de Catalunya di Barcellona e in seguito studia regia teatrale alla Escuela de Teatro de la Universidad Nacional. Tra il 2003 e il 2007 gira numerosi cortometraggi tra cui Mi hermano e Kaliman, mentre nel 2010 gira il suo primo lungometraggio, Somos lo que hay, selezionato per la sezione Quinzaine des Réalisateurs a Cannes e premiato ai Festival di Chicago, Montreal e Austin. Grau è anche docente di produzione cinematografica per la facoltà di Scienze Sociali dell’Università nazionale autonoma del Messico.
Brividi e nostalgia accompagnano i miei ricordi. Non è tanto il terremoto in sé, gli oggetti che rimbalzano, o le vertigini. Non sono nemmeno la paura o l’ansia che mi sono rimaste. Mio padre stava portando me e mio fratello in macchina, lungo la Havre Avenue a Città del Messico, quando improvvisamente decine di edifici sono crollati come i giocattoli di carta, in un attimo. Mi sono rimasti impressi gli odori. Ricordo l’odore di gas che fuoriusciva dai tubi in frantumi sotto centinaia di tonnellate di macerie. Mi ricordo l’odore della morte che sentivo nel naso. È accaduto di mattina molto presto. Ricordo quell’odore che mi ha insegnato cosa fosse la morte. C’è un detto nel mio paese, una battuta che ha un fondo di verità, si dice che hai già qualcosa da raccontare ai tuoi nipoti. E sì, questo è quello che voglio dire loro: erano le 7:19 del 19 settembre 1985. Io avevo dodici anni. Un terremoto distrusse gran parte di Città del Messico, lasciando migliaia di persone sepolte sotto le macerie e altre migliaia senza più niente. Così la catastrofe ha raggiunto il Messico. La più grande tragedia ha colpito un paese che non era pronto a farle fronte.
Jorge Michel Grau è nato in Messico, diplomato in regia al Centro de Capacitación Cinematográfica, inizia la sua carriera producendo documentari culturali e programmi educativi. Nel 2004 si specializza alla Escola Superior de Cinema y Audivisuals de Catalunya di Barcellona e in seguito studia regia teatrale alla Escuela de Teatro de la Universidad Nacional. Tra il 2003 e il 2007 gira numerosi cortometraggi tra cui Mi hermano e Kaliman, mentre nel 2010 gira il suo primo lungometraggio, Somos lo que hay, selezionato per la sezione Quinzaine des Réalisateurs a Cannes e premiato ai Festival di Chicago, Montreal e Austin. Grau è anche docente di produzione cinematografica per la facoltà di Scienze Sociali dell’Università nazionale autonoma del Messico.
giovedì 28 novembre 2019
Il Potere della Memoria
La produzione di documenti che devono fornire lo stock e la base della memoria collettiva e il risultato di scelte e manipolazioni destinate ad imporre al futuro una visione orientata dal passato. Il documento non è innocente, esso serve ad avvertire, esso deforma quanto informa, impone un punto di vista durevole, è un documento/monumento.
Da ultimo, gli psicologi e gli psicanalisti hanno insistito, sia a proposito del ricordo, sia a proposito dell'oblio, sulle manipolazioni, consce o inconsce, esercitate sulla memoria individuale dall'interesse, dall'affettività, dall'inibizione, dalla censura.
Analogamente, la memoria collettiva ha costituito un'importante posta in gioco nella lotta per il potere condotta dalle forze sociali. Impadronirsi della memoria e dell'oblio è una delle massime preoccupazioni delle classi, dei gruppi, degli individui che hanno dominato e dominano le società storiche. Gli oblii, i silenzi della storia sono rivelatori di questi meccanismi di manipolazione della memoria collettiva.
Il potere sulla memoria ha dato origine ad aspre lotte sociali e politiche e a continui sforzi da parte dello Stato per accaparrare la memoria collettiva.
Da ultimo, gli psicologi e gli psicanalisti hanno insistito, sia a proposito del ricordo, sia a proposito dell'oblio, sulle manipolazioni, consce o inconsce, esercitate sulla memoria individuale dall'interesse, dall'affettività, dall'inibizione, dalla censura.
Analogamente, la memoria collettiva ha costituito un'importante posta in gioco nella lotta per il potere condotta dalle forze sociali. Impadronirsi della memoria e dell'oblio è una delle massime preoccupazioni delle classi, dei gruppi, degli individui che hanno dominato e dominano le società storiche. Gli oblii, i silenzi della storia sono rivelatori di questi meccanismi di manipolazione della memoria collettiva.
Il potere sulla memoria ha dato origine ad aspre lotte sociali e politiche e a continui sforzi da parte dello Stato per accaparrare la memoria collettiva.
martedì 19 novembre 2019
Il mondo alla rovescia (Diggers)
Nel 1649
Sulla collina di St George
Una banda di straccioni che chiamavano Zappatori
Giunse a manifestare la volontà del popolo.
Sfidarono i proprietari terrieri
Sfidarono le leggi
Erano i diseredati
Che reclamavano ciò che spettava loro.
Veniamo in pace, dicevano
Per zappare e seminare.
Veniamo a lavorare la terra insieme
E a far fiorire le lande incolte.
A questa terra divisa
Restituiremo l’integrità
Affinché possa essere
Un tesoro comune, per tutti.
Il peccato della proprietà
Noi disprezziamo.
Nessuno ha diritto di comprare e vendere
La terra per profitto personale.
Con il furto e l’assassinio
Si sono impadroniti delle terre.
Ora ovunque i muri
Si ergono al loro comando.
Fanno le leggi
Per incatenarci meglio.
I preti ci abbagliano con il paradiso
O ci condannano all’inferno.
Non adoreremo
Il Dio che servono.
Il Dio dell’avidità che nutre i ricchi
Mentre i poveri muoiono di fame.
Lavoriamo, mangiamo insieme
Non abbiamo bisogno di spade.
Non ci inchineremo ai padroni
Né pagheremo il fitto ai signori.
Siamo uomini liberi
Anche se siamo poveri.
Zappatori tutti, ribellatevi, per la gloria
Ribellatevi ora!
Dai possidenti
Giunsero gli ordini.
Mandarono i mercenari e i soldati
Per spazzare via gli Zappatori
Demolire le loro case
Distruggere il loro granturco.
Vennero dispersi,
Soltanto la visione perdura.
Poveri, fatevi coraggio.
Ricchi, fate attenzione.
La terra è stata fatta tesoro comune
Perché tutti la condividano
Tutto in comune
Un solo popolo
Veniamo in pace.
E giunse l’ordine di falciarli via tutti.
"Ho scritto questa canzone nel 1974...E' la storia della Comune dei Diggers del 1649 e della loro visione della terra come 'tesoro in comune'. È diventata una specie di inno per diversi gruppi radicali, specialmente da quando Billy Bragg la ha incisa [1985], e non è adattata da nessun'altra canzone. Il titolo è tratto dal libro di Christopher Hill sulla Rivoluzione Inglese." (Leon Rosselson)
Nonostante le affermazioni di Leon Rosselson, di questa canzone di epoca moderna, è quantomeno probabile che, almeno nello spirito, essa si ispiri o abbia reminiscenze da The Diggers’ Song (o Levellers and Diggers) composta da Gerrard Winstanley, leader del movimento egualitario dei Diggers.
Diggers (in italiano: zappatori o scavatori) è il nome con cui sono conosciuti alcuni gruppi di cristiani protestanti e ruralisti che, ai tempi della rivoluzione inglese, si unirono per lavorare le terre comuni secondo principi comunitari. In Inghilterra nacquero diverse comunità di diggers, la più nota delle quali è quella del Surrey, nata a Saint George's Hill e poi trasferita a Little Heath (entrambe le località si trovano nei pressi di Cobham), che ebbe come principale portavoce Gerrard Winstanley. Il termine Diggers, che significa "zappatori", deriva da un passo della Bibbia contenuto negli Atti degli Apostoli, in cui questi ultimi suggeriscono la pratica di un determinato stile di vita basato sulla fede in Cristo e sul comunitarismo. Cercarono inoltre di riformare l'ordine costituito con i loro principi egualitaristici e con la creazione di piccole e rurali comunità di fedeli. Insieme ai Livellatori, i Diggers furono tra i gruppi di dissenzienti inglesi durante la dittatura di Oliver Cromwell.
Sulla collina di St George
Una banda di straccioni che chiamavano Zappatori
Giunse a manifestare la volontà del popolo.
Sfidarono i proprietari terrieri
Sfidarono le leggi
Erano i diseredati
Che reclamavano ciò che spettava loro.
Veniamo in pace, dicevano
Per zappare e seminare.
Veniamo a lavorare la terra insieme
E a far fiorire le lande incolte.
A questa terra divisa
Restituiremo l’integrità
Affinché possa essere
Un tesoro comune, per tutti.
Il peccato della proprietà
Noi disprezziamo.
Nessuno ha diritto di comprare e vendere
La terra per profitto personale.
Con il furto e l’assassinio
Si sono impadroniti delle terre.
Ora ovunque i muri
Si ergono al loro comando.
Fanno le leggi
Per incatenarci meglio.
I preti ci abbagliano con il paradiso
O ci condannano all’inferno.
Non adoreremo
Il Dio che servono.
Il Dio dell’avidità che nutre i ricchi
Mentre i poveri muoiono di fame.
Lavoriamo, mangiamo insieme
Non abbiamo bisogno di spade.
Non ci inchineremo ai padroni
Né pagheremo il fitto ai signori.
Siamo uomini liberi
Anche se siamo poveri.
Zappatori tutti, ribellatevi, per la gloria
Ribellatevi ora!
Dai possidenti
Giunsero gli ordini.
Mandarono i mercenari e i soldati
Per spazzare via gli Zappatori
Demolire le loro case
Distruggere il loro granturco.
Vennero dispersi,
Soltanto la visione perdura.
Poveri, fatevi coraggio.
Ricchi, fate attenzione.
La terra è stata fatta tesoro comune
Perché tutti la condividano
Tutto in comune
Un solo popolo
Veniamo in pace.
E giunse l’ordine di falciarli via tutti.
"Ho scritto questa canzone nel 1974...E' la storia della Comune dei Diggers del 1649 e della loro visione della terra come 'tesoro in comune'. È diventata una specie di inno per diversi gruppi radicali, specialmente da quando Billy Bragg la ha incisa [1985], e non è adattata da nessun'altra canzone. Il titolo è tratto dal libro di Christopher Hill sulla Rivoluzione Inglese." (Leon Rosselson)
Nonostante le affermazioni di Leon Rosselson, di questa canzone di epoca moderna, è quantomeno probabile che, almeno nello spirito, essa si ispiri o abbia reminiscenze da The Diggers’ Song (o Levellers and Diggers) composta da Gerrard Winstanley, leader del movimento egualitario dei Diggers.
Diggers (in italiano: zappatori o scavatori) è il nome con cui sono conosciuti alcuni gruppi di cristiani protestanti e ruralisti che, ai tempi della rivoluzione inglese, si unirono per lavorare le terre comuni secondo principi comunitari. In Inghilterra nacquero diverse comunità di diggers, la più nota delle quali è quella del Surrey, nata a Saint George's Hill e poi trasferita a Little Heath (entrambe le località si trovano nei pressi di Cobham), che ebbe come principale portavoce Gerrard Winstanley. Il termine Diggers, che significa "zappatori", deriva da un passo della Bibbia contenuto negli Atti degli Apostoli, in cui questi ultimi suggeriscono la pratica di un determinato stile di vita basato sulla fede in Cristo e sul comunitarismo. Cercarono inoltre di riformare l'ordine costituito con i loro principi egualitaristici e con la creazione di piccole e rurali comunità di fedeli. Insieme ai Livellatori, i Diggers furono tra i gruppi di dissenzienti inglesi durante la dittatura di Oliver Cromwell.
giovedì 14 novembre 2019
DEAR MR: FANTASY - Traffic
Dear Mr. Fantasy"batteria solida e quadrata, riff di chitarra e armonica a ricamo, grandissima prestazione bluesy di Stevie. Una cavalcata acida di British blues divenuta simbolo del primo periodo del gruppo. Mason è magico con la chitarra.
Caro Mister Fantasia suonaci un motivo
qualcosa che ci renda felici
fai qualunque cosa, ma portaci fuori da questa tristezza
Canta una canzone, suona la chitarra
rendila vivace
Tu sei quello che può farci ridere tutti quanti
ma facendolo ci fai scoppiare in lacrime
Per favore, non rattristarti, se fosse un'idea che ti eri fatto
Noi non abbiamo saputo nulla di te per tutti questi anni
Caro Mister Fantasia suonaci un motivo
qualcosa che ci renda felici
fai qualunque cosa, ma portaci fuori da questa tristezza
Canta una canzone, suona la chitarra
rendila vivace
Enfant prodige del beat inglese con lo Spencer Davis Group, il tastierista e cantante Stevie Winwood non ha ancora 20 anni quando fonda i Traffic, contribuendo con brillanti idee alla nuova stagione psico-progressive della scena britannica. Con lui sono il cantante e chitarrista Dave Mason, già roadie con il Davis Group, il batterista ex Deep Feeling ed Hellions Jim Capaldi e il sassofonista e flautista Chris Wood, proveniente dai Locomotive e dai Sounds Of Blue. I quattro si uniscono nella primavera del 1967 e vanno in ritiro in una fattoria del Bethshire a registrare i Ioro primi pezzi, pubblicati dalla Island nel corso del 1967. In repertorio due 45 giri di pura psichedelia (Paper Sun e la fiabesca Hole In My Shoe), un contributo easy alla colonna sonora del film Here We Go 'Round The Mulberry Bush e un album, che esce in Gran Bretagna come Dear Mr. Fantasy e negli Stati Uniti, con un pezzo in più, come Heaven Is In Your Mind (United Artists). Lo stile un pop rock elegante, che accanto agli slanci blues tipici di Winwood conosce libere aperture strumentali con gusto jazz (Smiling Phases) e anche abbandoni romantici (No Face, No Name, No Number), pezzo forte è la trascinante Dear Mr. Fantasy, da cui trarrà spunto Paul McCanney qualche mese più tardi per la coda strumentale di Hey Jude. II gruppo compare come ospite d'onore nel "Magical Mystery Tour" dei Beatles.
Caro Mister Fantasia suonaci un motivo
qualcosa che ci renda felici
fai qualunque cosa, ma portaci fuori da questa tristezza
Canta una canzone, suona la chitarra
rendila vivace
Tu sei quello che può farci ridere tutti quanti
ma facendolo ci fai scoppiare in lacrime
Per favore, non rattristarti, se fosse un'idea che ti eri fatto
Noi non abbiamo saputo nulla di te per tutti questi anni
Caro Mister Fantasia suonaci un motivo
qualcosa che ci renda felici
fai qualunque cosa, ma portaci fuori da questa tristezza
Canta una canzone, suona la chitarra
rendila vivace
Enfant prodige del beat inglese con lo Spencer Davis Group, il tastierista e cantante Stevie Winwood non ha ancora 20 anni quando fonda i Traffic, contribuendo con brillanti idee alla nuova stagione psico-progressive della scena britannica. Con lui sono il cantante e chitarrista Dave Mason, già roadie con il Davis Group, il batterista ex Deep Feeling ed Hellions Jim Capaldi e il sassofonista e flautista Chris Wood, proveniente dai Locomotive e dai Sounds Of Blue. I quattro si uniscono nella primavera del 1967 e vanno in ritiro in una fattoria del Bethshire a registrare i Ioro primi pezzi, pubblicati dalla Island nel corso del 1967. In repertorio due 45 giri di pura psichedelia (Paper Sun e la fiabesca Hole In My Shoe), un contributo easy alla colonna sonora del film Here We Go 'Round The Mulberry Bush e un album, che esce in Gran Bretagna come Dear Mr. Fantasy e negli Stati Uniti, con un pezzo in più, come Heaven Is In Your Mind (United Artists). Lo stile un pop rock elegante, che accanto agli slanci blues tipici di Winwood conosce libere aperture strumentali con gusto jazz (Smiling Phases) e anche abbandoni romantici (No Face, No Name, No Number), pezzo forte è la trascinante Dear Mr. Fantasy, da cui trarrà spunto Paul McCanney qualche mese più tardi per la coda strumentale di Hey Jude. II gruppo compare come ospite d'onore nel "Magical Mystery Tour" dei Beatles.
mercoledì 6 novembre 2019
JOHNNY GUITAR di Nicholas Ray
Johnny Guitar, già galeotto e pistolero, lavora nel saloon della sua ex amante Vienna. Una grossa società che vuole impossessarsi del locale cerca di scacciarne la proprietaria, mentre la popolazione del luogo, aizzata dalla perfida e intrigante Emma, vuole addirittura linciarla, ritenendola responsabile d'una rapina. Vienna, con l'aiuto di Johnny, esce vittoriosa dalla lotta dopo aver perso il saloon in un incendio appiccato dai suoi nemici.
"Questo film ha un certo peso, sotto molti punti di vista. Siamo partiti da un romanzo di nessun valore. Yordan e io abbiamo lavorato come dannati alla sceneggiatura per cercate di dare importanza al fattore tempo. E mi sarebbe piaciuto che le nostre idee sui veri momenti che si nascondono dietro una emozione legittima fossero state espresse ancor più chiaramente".
(Nicholas Ray, citato in G. Sadoul “Il cinema”, Sansoni, Firenze 1968)
"Possiamo dire che il cowboy solitario abbia cominciato a cavalcare sulle pianure del West con il cavaliere della valle solitaria di George Stevens, John Farrow e Nicholas Ray, autori rispettivamente di Hondo e Johnny Guitar, furono i primi volgarizzatori del nuovo personaggio che doveva avere tanta fortuna negli anni successivi. Il cowboy solitario è il frutto della crisi hollywoodiana. Il western aveva bisogno di nuovi eroi ma non poteva ricorrere a quelli vecchio stile perché nuove esigenze del pubblico e nuovi criteri di produzione impedivano la rinascita dei “serial” o comunque dell'eroe fisso. Occorreva trovare un modello nel quale potessero calarsi di volta in volta i grandi divi: uno scafandro anonimo da immergere in qualsiasi avventura e situazione".
(J.L. Rieupeyraut e André Bazin, “Il Western”, Cappelli, Bologna 1957)
"Questo film ha un certo peso, sotto molti punti di vista. Siamo partiti da un romanzo di nessun valore. Yordan e io abbiamo lavorato come dannati alla sceneggiatura per cercate di dare importanza al fattore tempo. E mi sarebbe piaciuto che le nostre idee sui veri momenti che si nascondono dietro una emozione legittima fossero state espresse ancor più chiaramente".
(Nicholas Ray, citato in G. Sadoul “Il cinema”, Sansoni, Firenze 1968)
"Possiamo dire che il cowboy solitario abbia cominciato a cavalcare sulle pianure del West con il cavaliere della valle solitaria di George Stevens, John Farrow e Nicholas Ray, autori rispettivamente di Hondo e Johnny Guitar, furono i primi volgarizzatori del nuovo personaggio che doveva avere tanta fortuna negli anni successivi. Il cowboy solitario è il frutto della crisi hollywoodiana. Il western aveva bisogno di nuovi eroi ma non poteva ricorrere a quelli vecchio stile perché nuove esigenze del pubblico e nuovi criteri di produzione impedivano la rinascita dei “serial” o comunque dell'eroe fisso. Occorreva trovare un modello nel quale potessero calarsi di volta in volta i grandi divi: uno scafandro anonimo da immergere in qualsiasi avventura e situazione".
(J.L. Rieupeyraut e André Bazin, “Il Western”, Cappelli, Bologna 1957)
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