sabato 19 settembre 2020

Vi è un piacere nei boschi inesplorati- George Gordon Byron

Vi è un piacere nei boschi inesplorati

e un’estasi nelle spiagge deserte,

vi è una compagnia che nessuno può turbare

presso il mare profondo,

e una musica nel suo ruggito;

non amo meno l’uomo ma di più la natura

dopo questi colloqui dove fuggo

da quel che sono o prima sono stato

per confondermi con l’universo e lì sentire

ciò che mai posso esprimere

né del tutto celare.

George Gordon Byron (1788-1824) fu il più influente tra i poeti romantici inglesi. La sua poesia, infatti, creò una moda, diffusasi rapidamente in tutta l'Europa, che fu considerata la quintessenza del romanticismo. Era una poesia che si proponeva di esprimere "il male del secolo", l'inquietudine, l'irrequietezza, la malinconia e lo spirito di ribellione contro qualsiasi ordine precostituito


sabato 12 settembre 2020

PRESENCE OF THE LORD - Blind Faith

Eric Clapton dopo lo scioglimento dei Cream, è nei Blind Faith con Steve Winwood che suona anche con Hendrix, unisce armoniosamente l’organo alla chitarra di Eric che, quando si libera ha un effetto esplosivo, come nello splendido assolo di questa Precence of The Lord. 
È un brano scritto interamente da Clapton, da cui emerge il suo cammino spirituale iniziato anche grazie al suo amico George Harrison.
Ho finalmente trovato un modo di vivere proprio come non ho mai potuto fare prima.
So che non ho molto da dare, ma posso aprire qualsiasi porta.
Tutti conoscono il segreto, tutti sanno il punteggio.
ho finalmente trovato un modo per vivere nel colore del Signore.

ho finalmente trovato un posto dove vivere, proprio come ho mai potuto prima.
E io so che non ho molto da dare, ma presto saprò aprire qualsiasi porta.
tutti conoscono il segreto, tutti sanno il punteggio.
ho finalmente trovato un posto dove vivere in presenza del Signore.
alla presenza del Signore

ho finalmente trovato un modo per vivere, proprio come ho mai potuto prima.
E so che non ho molto da dare, ma posso aprire qualsiasi porta.
tutti conoscono il segreto, ho detto tutti sanno il punteggio.
ho finalmente trovato un modo per vivere nel colore del Signore.
nel colore del Signore.
Un solo disco prodotto dal supergruppo che comprendeva Eric Clapton, Ginger Baker, Ric Grech e Steve Winwood,  Blind Faith (numero 1 sia in UK che in USA) fuse con successo il blues rock meravigliosamente pomposo dell’ex gruppo di Clapton e Baker, i Cream, e il rock più intimo dei Traffic di Winwood, in un ibrido che nei momenti migliori scintillava di luce purissima.
Super perché metteva insieme i cocci dei Cream (Eric Clapton chitarra, Ginger Baker batteria) con quelli dei Traffic (Steve Winwood voce, organo, piano elettrico e chitarra), completati con l'ottimo Rich Grech (basso e violino) dai Family. La figura centrale del progetto è comunque Winwood: sue tre composizioni su sei, con il resto diviso fra una cover di Buddy Holly, un numero firmato da Baker che è in sostanza un lungo assolo di batteria ed infine un unico contributo di Clapton.
La parabola di questa band fu brevissima, solo una manciata di mesi, a causa dei dissidi interni scaturiti dalle forti personalità dei componenti (d’altronde la vita dei supergruppi non è mai stata troppo longeva). I Blind Faith produssero un solo omonimo disco nell’agosto del 1969 che ebbe un successo straordinario ed è considerato come una delle migliori dischi rock di tutti i tempi. Basti pensare che il loro primo concerto fu tenuto il 7 giugno 1969 all’Hyde Park di Londra di fronte a 150.000 persone e che l’album vendette circa 500.000 copie in un mese arrivando al primo posto sia negli U.S.A che in Inghilterra!
La copertina originale del disco ritrae un’undicenne nuda (Mariora Goschen) con in mano un superjet di metallo, ma fu censurata in alcuni paesi, tra i quali l’Italia, per i suoi riferimenti ritenuti esplicitamente erotici. In realtà le intenzioni del grafico Bob Seidemann erano altre: il superjet rappresenterebbe, infatti, il frutto dell’albero della conoscenza, mentre la bambina quello dell’albero della vita.








venerdì 4 settembre 2020

ZUI AI (love for life) - Gu Changwei

 

In un piccolo villaggio cinese, un traffico illecito di sangue ha diffuso l’AIDS nella comunità. La famiglia Zhao è al centro della vicenda: Qi Quan, il figlio maggiore, è stato il primo a indurre i vicini a donare il sangue con la promessa di denaro veloce. Il nonno, disposto a tutto pur di rimediare al danno causato dalla sua famiglia, trasforma la scuola locale in una casa di cura per i malati. Fra i pazienti c’è il suo secondo figlio De Yi (Aaron Kwok), che affronta la morte imminente con rabbia e incoscienza. De Yi incontra la bellissima Qin Qin (Zhang Ziyi), moglie del cugino, recente vittima del virus. I due sono attratti l’uno dall’altra, condividendo l’amarezza e la paura del loro destino. Pur senza aspettative per il futuro, diventano amanti ma si accorgono presto di essere davvero innamorati l’uno dell’altra. Il sogno di vivere la loro relazione in modo legittimo e libero viene compromesso quando i compaesani li scoprono: con il tempo che scivola via, devono decidere se arrendersi o dare una possibilità alla felicità prima che sia troppo tardi.

Gu Changwei (Cina, 1957) ha studiato alla Beijing Film Academy e fa parte della rinomata “Quinta generazione” che ha rivoluzionato il cinema cinese. Ha cominciato la carriera come direttore della fotografia, collaborando con Chen Kaige e Zhang Yimou in film come Háizi Wáng (King of the Children), Hong gao Liang (Sorgo rosso), e il capolavoro del 1993 Ba Wang bie ji (Addio mia concubina). Nel 2005 ha diretto il suo primo film, Kong que (Peacock), che ha vinto l’Orso d’argento al Festival di Berlino. Nel 2007 ha realizzato Li Chun (And the Spring Comes) presentato al Festival Internazionale del Film di Roma.

Love For Life (in cinese Zui Ai, letteralmente "Il Più Amato") è un bel dramma che si ispira al libro Ding Shuang Meng, che a sua volta attinge appieno da un periodo piuttosto buio della storia della Cina, i primi anni del 1990. In questo periodo, nelle zone rurali nella provincia dell'Henan, la terribile piaga dell'AIDS si sparse grazie ad un traffico illecito di sangue, che uccise migliaia e migliaia di poveri contadini (nella seconda metà del 1990 il numero di infetti ammontava ad almeno 100.000). Il governo non si accorse subito del problema, e quando se ne accorse, preferì coprire il problema mantenendo un assoluto silenzio. Nonostante ciò, il film è stato approvato dalle autorità cinesi, famose per la loro severa censura, che colpisce moltissimi prodotti cinematografici del paese.

Gu Changwei, cresciuto alla scuola di Zang Yimou, porta sullo schermo un dramma romantico dal sapore orientale, ambientato all’inizio degli anni ’90 e pienamente calato in quell’atmosfera socio culturale della Cina di quegli anni. Il regista si fa scudo di due volti molto noti: Aaron Kwok è De Yi, e la bellissima Zang Ziyi è la splendida protagonista Qin Qin, elegante e vivace, è consapevole del suo imminente destino, ma che non rinuncia alla vita e all’amore. Il regista, utilizza uno stile apparentemente frontale sia quando posa lo sguardo all'interno delle dinamiche della micro-società creatasi nella scuola lazzaretto sia nel seguire il rapporto d'amore tra i due malati di AIDS con la dettagliata descrizione delle difficoltà affrontate dai due protagonisti per vedersi riconoscere la legittimità del loro legame. L'asciuttezza del cineasta lascia poi il passo a momenti di straziante disperazione con dettagli che male si amalgamano nell'incerta partitura di questo requiem in rosso (oltre ad essere il colore del sangue, dunque del virus e della morte, è anche quello degli agognati certificati di matrimonio) su un tema capitale della contemporaneità. Dopo aver deciso di continuare a vivere, De Yi e Qin Qin scelgono, nonostante tutto, una strana forma di momentanea felicità, un amore per la vita totale, mentre, da parte sua, il cattivo e affarista Qi Quan rimane immobile in una sgradevole e troppo schematica cecità morale



domenica 26 luglio 2020

PETER GREEN, Magic guitar

Di lui B.B.King aveva detto: " È l'unico chitarrista che mi fa sudare freddo". 
Tra  i chitarristi più influenti e rispettati dalla comunità rock, Peter  Green (1946, GB), vero nome Peter Greenbaum, nasce musicalmente come bassista quando, a vent'anni entra per breve tempo nei Peter B's Looners di Peter Bardens, dove incontra Fleetwood. Imbraccia la chitarra solista tre mesi più tardi, quando si unisce ai Bluesbreakers di John Mayall per sostituire Eric Clapton. Con i Bluesbreakers registra A HARD ROAD nel 1966, non facendo rimpiangere l'assenza di Clapton. Nel luglio 1967, assieme a Fleetwood e McVie bassista dei Bluesbreakers, dà l'avvio all'avventura Fleetwood Mac, guidandola sino al 1970. Incisero due dischi di limpido blues ritmico, e nel 1969 calarono a Chicago per una spettacolosa session con i sacerdoti del tempio in persona, Otis Spann, Willie Dixon Shakey Horton e la supervisione del celebre Marshall Chess, il tutto immortalato in BLUES JAM AT CHESS, un disco che rappresenta il testamento spirituale del blues revival. Fin dall'inizio ottennero un inspiegabile successo di pubblico, che si accrebbe quando  Green, travagliato da  una crisi di identità, perse di vista il blues e si mise a comporre strani, accattivanti armonie: il primitivismo voodoo di Ramblin' Pony (1967), il suo brano più sinistro, il tribalismo esoterico di Black Magic  Woman (1968), il suo tema più celebre, lo strumentale hawaiano Albatros (1969), la sua prima confessione mistica, la serenata dilatata di Man Of The World (1969), la sua canzone più lisergica, e l'inno trascendente The Green Manalishi (1970).
L'abbandono dei Fleetwood Mac coincide con la pubblicazione del suo primo lavoro solista, l'inquieto e discontinuo THE END OF THE GAME.
THE END OF GAME è un capolavoro: echi d'infinito che si rincorrono per foreste equatoriali e deliri allucinati di chitarra, musica primordiale che esala dalle viscere del mondo, un soliloquio che deflagra lentamente, un'espansione della coscienza che trapassa dolcemente dalla follia all'estasi. L'atmosfera, più che da session jazzistica, è da rituale magico propiziatorio. Tutti i brani sono soltanto strumentali. La chitarra domina da un capo all'altro del disco, ora stridula, ora feroce, ora sonnambula; chitarra che strilla impazzita, ubriaca, lasciva, l'inno supremo alla paura, alla disperazione, alla solitudine, l'ultimo respiro prima del nulla e dell'eterno. Ogni  brano è l'evocazione del clima minaccioso e opprimente della giungla e dei rituali occulti delle popolazioni primitive; e al tempo stesso è una preghiera orientale, o un viaggio lisergico. Peter Green ha portato alle estreme conseguenze il concetto blues della chitarra come "seconda voce". Quei brani sono frammenti lirici e ipnotici che tracciano la rotta della sua crisi esistenziale e della sua mistica conversione a una arcana religione dell'infinito.
Il suo  abbandono, proprio quando grazie a lui la  band cominciava a guadagnare i primi successi, è il preludio a un lungo periodo di instabilità e sofferenza, psichica e fisica, dovuto dapprima all'abuso di droghe e poi al disastroso tentativo di uscirne a colpi di elettroshock e pesanti dosi di psicofarmaci. Un calvario che lo vede vicino al suicidio e che passa attraverso la prigione e il manicomio.
Dopo otto anni di silenzio. Il rientro discografico avviene con IN THE SKIES, che finalmente restituisce al pubblico il chitarrista dal fluido fraseggio e il compositore degli esordi. Nel 1981 partecipa a un brano di THE VISITOR, debutto solista dell'antico compagno Mick Fleetwood. È questa la seconda fase della carriera di Green che pubblica con continuità, ma qualità alterna, sino al 1987. Green, di nuovo perso tra i suoi personali demoni, sparisce dalle scene sino al maggio 1996, quando a sorpresa partecipa alla terza edizione dell'Alexis Korner Memorial nella cittadina inglese di Buxton. In quella occasione è leader del Peter Green Splinter Group, con Nigel Watson (chitarra), Neil Murray (basso) e Cozy Powell (batteria). Con questa formazione inaugura la terza fase della sua tormentata carriera.
Dopo alcuni assestamenti, il gruppo prende una forma definitiva e inaugura una discreta serie di album e, una nutrita serie di concerti e tour in USA, Europa e Giappone. Alcune di queste date vedono Green accanto ad alcuni dei suoi vecchi idoli e mentori, come B.B. King e John  Mayall. Nel frattempo il musicista trova anche il tempo per pubblicare tre lavori solisti, BLUES FOR DHYANA, THE CLOWN, e il più riuscito REACHING THE COLD 100. 
Il 12 gennaio 1998, quando i Fleetwood Mac entrano nella Rock and Roll Hall of Fame, sul palco c'è anche lui, per una versione della sua Black Magic Woman  eseguita assieme a Carlos Santana, che la portò al successo. 





martedì 21 luglio 2020

LO SPECCHIO – Wistawa Szymborska

Si, mi ricordo quella parete 
nella nostra città rasa al suolo. 
Si ergeva fin quasi al sesto piano. 
Al quarto c'era uno specchio, 
uno  specchio assurdo 
perché intatto, saldamente fissato. 

Non rifletteva più nessuna faccia, 
nessuna mano a ravviare chiome, 
nessuna porta dirimpetto, 
nulla cui possa darsi il nome 
«luogo ». 

Era  come durante le vacanze — 
vi si rispecchiava il cielo vivo, 
nubi in corsa nell'aria impetuosa, 
polvere di macerie lavata dalla pioggia 
lucente, e uccelli in volo, le stelle, il sole all'alba. 

E così, come ogni oggetto fatto bene, 
funzionava in modo inappuntabile, 
con professionale assenza di stupore.

venerdì 10 luglio 2020

WHOLE LOTTA LOVE -Led Zeppelin

Whole Lotta Love è un canto di ribellione, di quelli che si suonano a massimo volume nella propria camera per dar fastidio ai genitori. È un simbolo di combattimento contro l’oppressione, a partire dalle sue influenze blues, ma anche nel suo testo immorale sotto il vaglio della censura.( celebre il verso I’m gonna give you every inch of my love, con cui Plant si riferisce ai propri genitali) Eppure, è uno dei pezzi più celebri nella storia del rock. Uno dei più riconoscibili e dei più amati. 
Il brano si ispira (involontariamente?) ad un brano del 1962 You Need Love del bluesman Muddy Waters, pezzo scritto dal’artista blues Willie Dixon. I Led Zeppelin non hanno mai negato di essersi ispirati a Muddy Waters. Ci fu un processo, i Led Zeppelin risarcirono Willie Dixon anche se tutti i diritti d’autore di Whole Lotta Love rimasero a Page e compagni. 
Devi rinfrescarti, baby, non ti sto sfottendo
Ti manderò di nuovo a scuola
Giù nel profondo dolcezza, ne hai bisogno
Ti darò il mio amore
Ti darò il mio amore

Voglio molto amore
Voglio molto amore
Voglio molto amore
Voglio molto amore
Hai imparato, baby, ho anelato
Tutti quei bei tempi, baby, baby, ho imparato
Giù, giù nel profondo dolcezza, ne hai bisogno
Ti darò il mio amore… Ti darò il mio amore
Voglio molto amore
Voglio molto amore
Voglio molto amore
Voglio molto amore
Ti sei rinfrescata, baby, ho sbavato
Tutti quei bei tempi ho abusato
Giù, giù nel profondo dolcezza, ti darò il mio amore
Ti darò ogni pollice del mio amore
Ti darò il mio amore
Voglio molto amore
Voglio molto amore
Voglio molto amore
Voglio molto amore
Giù nel profondo… donna … hai bisogno di… amore
Trema per me, ragazza. Voglio essere il tuo “amante”
Hey! Oh! Hey! Oh! Hey! Oh!
Continua a rinfrescarti, baby
Continua a rinfrescarti, baby
Continua a rinfrescarti, baby
Continua a rinfrescarti, baby
Continua a rinfrescarti, baby
I Led Zeppelin si formano nell'agosto del 1968 sulle ceneri di un grande complesso del beat, gli Yardbirds. Jimmy Page, ultimo chitarrista di quella formazione, è stato lasciato solo dai compagni Keith Reif e Jim McCarthy (passati ai Together) e Chris Dreja (dedicatosi alla fotografia) e deve onorare una serie di impegni precedentemente presi, a cominciare da un tour nei Paesi scandinavi. A quel fine prende contatto con il cantante Robert Plant, già con la Band Of Joy, in quel momento in tournée con Alexis Korner, col bassista e tastierista John Paul Jones (vero nome James Baldwin), sessionman con Donovan, Rolling Stones, Yardbirds e molti altri, e col batterista John Bonham, anch'egli con la Band Of Joy: insieme formano i New  Yardbirds. I quattro trovano in fretta l'affiatamento e, al ritorno in Gran Bretagna, decidono di continuare fuori dall'orbita Yardbirds. Si chiameranno Led Zeppelin, da un'idea di John Entwistle e Keith Moon degli Who, e la sigla attirerà su di loro i fulmini degli eredi del famoso barone tedesco inventore del dirigibile. L'esordio avviene al Marquee di Londra nell'autunno del 1968: il gruppo suona subito a mille e Peter Grant, il manager, non fatica a trovare un ingaggio presso la Atlantic. In breve esce LED ZEPPELIN. Nel disco gli Zeppelin indicano felicemente la loro strada, citando Willie Dixon e i maestri del blues ma abbandonandosi anche a digressioni e fantasie di buona memoria psichedelica. Ottenuto subito uno straordinario successo, consolidato con numerosi concerti di qua e di la dell'Oceano, gli Zeppelin bissano rapidamente con LED ZEPPELIN II, grandissimo successo commerciale: lo spirito rock blues è un po' sbiadito ma il pubblico mostra di apprezzare senz'altro Whole Lotta Love e la tirata batteristica di Moby Dick, due classici dell'epoca. 

venerdì 3 luglio 2020

INTOLLERANZA: IL TRENO FANTASMA - Anthony Harvey

Interno in una metropolitana: Lula, una bionda aggressiva, avida divoratrice di mele, tenta una palese manovra di seduzione nei confronti di Clay, un giovane nero che si schernisce in modo estremamente civile, adeguandosi al comportamento convenzionale della società bianca. Ma alla fine di una lunga commedia di ammiccamenti e di allusioni erotiche giocata dalla donna, che alternativamente lo lusinga e lo insulta, il nero ha un'irrefrenabile esplosione di rabbia e dichiara che solo se i neri usassero la violenza e uccidessero, i bianchi potrebbero rendersi conto della secolare ingiustizia. Ma sarà Lula a trafiggere Clay con un coltello. Muti testimoni del dramma, i passeggeri si sbarazzeranno del cadavere come del segno di un dramma non esistente.
Vagone del metrò: un giovane nero è sedotto da una ragazza bianca; il gioco delle avances si farà progressivamente più crudele. Dalla pièce di Amiri Baraka, (poeta e saggista di colore leader intellettuale del movimento afroamericano), il film parte quasi come un esasperato pamphlet sulla blaxpoitation per presto radicalizzarsi in un discorso allegorico potente e contorto su intolleranza e supremazia razziale. Harvey la cui regia statica detona la forza del testo ribalta gli stereotipi sulla sessualità sottolineando gli abusi di Lula quanto la sottomissione socio-culturale di Clay.
Il film, aforisma sullo scontro fra civiltà bianca e civiltà nera, mantiene un'unità di tempo e di luogo quasi assoluta e si basa su un tipo di recitazione tesa e vibrata, propria del teatro americano. Il lavoro, aspro nel linguaggio e feroce nella scena dell'assassinio, sembra proporre la tesi delle Pantere Nere: alla violenza è indispensabile contrapporre violenza; se il Nero non uccide viene eliminato. 
Anthony Harvey (3 giugno 1930 - 23 Novembre 2017) è stato un regista britannico che ha iniziato la sua carriera come attore adolescente, è stato un montatore nel 1950 e si è trasferito alla regia a metà degli anni 1960.
Harvey iniziò a lavorare a Hollywood agli inizi degli anni Cinquanta come montatore cinematografico, collaborando a numerosi film. Tra gli altri è stato montatore per i film di Stanley Kubrick Lolita (1962) e Il dottor Stranamore (1964). Debuttò nella regia nel 1966 con Il treno fantasma.
Nel 1967 Anthony Harvey diresse Il leone d'inverno, per il quale ricevette una candidatura all'Oscar per il miglior regista..
Tra gli altri film diretti da lui figurano Lo zoo di vetro (1973), La rinuncia (1974), L'ultimo gioco (1979), Io, grande cacciatore (1979), Gli amori di Richard (1980) e Agenzia omicidi (1984).